Scoprire il Dio sempre nuovo nel diverso

Mi hai dato amici che non mi conoscevano. Mi hai fatto posto in case che non conoscevo.

 Mi hai avvicinato il lontano e mi hai reso fratello dello sconosciuto.

 Il mio cuore si inquieta se mi lascio abituato ad accogliere. Dimentico che l’antico sta nel nuovo e che nel nuovo vivi anche tu….” (R. Tagore)

Questa poesia di tagore riflette una parte di ciò che è la mia vita missionaria comboniana, che è stata molto ricca in questo andare all’incontro dello “sconosciuto”, il quale una volta diventato conosciuto,  è amato ed entra a far parte della nostra storia.

Mi chiamo Clara Torres Acevedo e sono la nona di una bella famiglia di 12 figli. Sono nata a Ciudad Delicias, nello stato di Chihuahua, al nord del Messico.

 Nella mia parrocchia ho lavorato vari anni come catechista ed era un servizio che mi piaceva, anche perchè eravamo un gruppo numeroso di giovani catechiste e a volte organizzavamo delle attività per raccogliere soldi e  aiutare le persone in situazioni difficili. Questo è un modo per stare insieme e fare qualcosa di buono alla società.

Un giorno venne nella mia città una giovane che era stata la mia catechista quando ero bambina. Era una missionaria comboniana e quando la incontrai mi raccontò quello che faceva e che si stava preparando per  andare in missione in Africa. Africa? Ma io pensavo che i missionari fossero cosa del passato e non del presente. Poco a poco ho cominciato a conoscere notizie sulla vita missionaria attraverso riviste e conversazioni sulla vita missionaria e mi interessava soprattutto conoscere Daniele Comboni che aveva saputo mettere insieme la promozione umana e l’evasmgelizzazione. Fu così che cominciai a lettere materiale missiionario riviste e libri che mi aprirono il panorama verso un mondo nuovo e attraente.

Fui invitata da una suora Comboniana a partecipare ad un campo missione, così si chiama l’esperienza di andare a dei luoghi, generalmente lontani e con la comunità, a celebrare la setimana santa. La prima volta che vissi questa esperienza fu per me straordinaria, era in una zona indigena al sud del Messico e benchè fosse il mio popolo, mi trovai in una realtà nuova per me, persone che nella loro semplicità mi insegnarono a rendermi conto di ciò che ci rende felici e dà senso alla nostra vita e non a quello che abbiamo o sappiamo, bensì chi siamo e come condividiamo la nostra vita con gli altri.

Fu così che, un anno dopo aver terminato gli studi e l’accompagnamento vocazionale, decisi di entrare nel Postulato delle suore missiionarie Comboniane. Non fu una decisioine facile, perchè dovevo separarmi dalla mia famiglia, dagli amici, dalla possibilità di formarmi una famiglia…però c’era qualcosa, opiuttosto, Qualcuno più forte di tutto questo e che mi invitava ad andare oltre a ciò che già era conosciuto e amato, a condividere con altre persone un po’ di quel molto che avevo ricevuto dal Signore.

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Dopo alcuni anni fui destinata al Mozambico. Furono 9 anni molto belli, durante i quali vissi e lavorai in una parrocchia nella zona rurale dove accompagnavamo 70 piccole comunità in un’area di circa 100 Km tra savana e spiaggia.

Il popolo Makwa con il quale vissi, mi insegnò ad essere missionaria comboniana e ad imparare come si accoglie la gente nella sua cultura e  si fanno  sedere nella stessa stuoia quelli con i quali hai confidenza e condividi non solo il cibo, ma anche la vita.

Nelle celebrazioni tutti possono condividere quello che Dio ha detto al suo cuore e questo la rende più ricca e viva. La gente ci chiama “sorelle” ed è bello perchè è questa la nostra vocazione, ma tante volte mi sono sentita “madre” di queste persone, delle bambine dell’internato, delle signore che venivano a condividere le loro preoccupazioni, dei giovani che si avvicinavano. Ma tante volte mi sono sentita anche “figlia”, alla quale si doveva insegnare, aiutare, accompagnare… e anche consolare e incoraggiare.

Quattro degli otto anni trascorsi nella missioine di Namahaka, siamo rimaste solo noi sorelle, i missionari hanno dovuto lasciare la missione, e quei 4 anni in cui siamo rimaste sole è stata una bellissima esperienza di lavoro di insieme con gli agenti locali della pastorale. Avevamo sempre lavorato insieme, ma in questo tempo la relazione si è consolidata e questa è stata una delle più belle esperienze pasrtorali che ho potuto vivere.

Ringrazio il Signore e il popolo di namahaka per tutto quello che ho imparato e porto nel mio zaino tutte queste esperienze.

Dal mese di Agosto 2010  mi trovo in quest’ altro meraviglioso e attraente Paese: Il Sudafrica.

Mamelodi è il luogo dove abbiamo cominciato la nostra prima comunità come missiionarie comboniane qui in Sudafrica. Attualmente siamo 5 sorelle di 3 continenti e 5 Paesi: Kenya,Eritrea, Costa Rica, Italia e Messico.  Questa realtà è completamente diversa da quella vissuta in Mozambiso, qui viviamo in una “Township” di quelle che furono create nel tempo del Apartheid per mandare gli abitanti di razza nera,fuori dalla città, dove non potevano stare dopo le 6 del pomeriggio.

Il popolo sudafricano ha mostrato al mondo la sua capacità di risorgere, di personare, di alzarsi e camminare insieme nonostante le differenze che esistono in questo Paese che ha 11 lingue ufficiali e con un 20% di popolazione bianca e un 80% di popolazione di razza nera, appartenente a diversi gruppi Hanno fatto un gran cammino, però c’è ancora molto da camminare per essere quella “nazione dell’arcobaleno” che Nelson Mandela ha proclamato.

In questo nuovo contesto il nostro servizio come sorelle sta nell’accompagnamento delle comunità cristiane della parrocchia, che sono 8 e dei diversi gruppi che la compongono.Facciamo questo in collaborazione con i sacerdoti che lavorano in questa Parrocchia di S. Daniele Comboni.

Da parte mia, oltre a questa esperienza, faccio volontariato in un centro di accoglienza delle donne vittime del traffico umano e della violenza domestica. Inoltre lavoro con le parrocchie di Mamelodi nella prevenzione del Traffico umano, poichè il Sudafrica ha un grande ruolo nel continente africano in questa “nuova schiavitù” del secolo XXI.

C’è un altro gruppo che seguo ed è sorto spontaneamente in occasione delle visite che faccio alle famiglie ed è quello di un gruppo di donne che appartengono a diverse chiese (qui la chiesa cattolica è un 7%). Ci riuniamo una volta al mese per pregare insieme e condividere ciò che si sta vivendo, aiutandoci reciprocamente ad andare avanti. Questa esperienza è una esperienza “risanatrice” perchè offre la possibilità di uno spaazio confidenziale dove “il cuore riposa e si riprendono le forze”.

San Romero dell’America diceva che i poveri gli hanno insegnato a leggere il vangelo, e qui la gente di Mamelodi mi sta insegnando la stessa cosa, in fatti ci hanno accolto con gioia e semplicità nelle loro case e nei loro cuori e questo è il regalo più bello che posso vivere come missionaria comboniana, come diceva Comboni, che “le vostre pene sono le mie, le vostre gioie sono  le mie gioie”.

Che cosa significa per me essere missionaria comboniana? Esattamente questo, essere testimone di Dio amore che chiama tutti/e  a vivere e a formare la grande famiglia umana dove il diverso non è una minaccia dalla quale difendersi, ma una ricchezza da essere valorizzata e come dice la frase di Tagore, scoprire Dio sempre nuovo nel diverso, il Dio della Vita che vuole Vita per tutti e con le nostre forze e debolezze, collaborare affinchè questo sogno di Dio diventi realtà.

Termino con l’inizio del bellissimo inno nazionale Sudafricano:

“Nkosi sikekel’iAfrika…! Che Dio benedica l’Africa! Che Dio benedica tutti i popoli! Amen

Clara Torres Acevedo

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