PELLOSO, sr. M. Annita

 

“A 18 anni cercavo di dare un senso alla mia vita, di scoprire

le ragioni profonde, di capire il progetto di Dio su di me”.

 

È con queste parole che suor Annita comincia il racconto della sua vocazione, percepita nella chiesa parrocchiale del suo paese di nascita e realizzata fra le Missionarie Comboniane, a partire dal 25 marzo 1949, festa dell’Annunciazione di Maria.

 

Entrata a Verona, Rita Teresa dev’essere “partita” per la prima volta ancora novizia, dal momento che si trovava a Buccinigo d’Erba quando fece la sua prima professione, il 9 settembre 1951. Dovette però attendere fino al 1953 per partire veramente, quando fu destinata al Bahr el Ghazal, nel Sud Sudan.

Nel Bahr el Ghazal, però, Sr. Annita poté rimanere soltanto undici anni, perché anche lei fu raggiunta del decreto di espulsione del 1964, che obbligò tutti i missionari e le missionarie a lasciare il Sud Sudan. “Sono stati momenti di grande sofferenza per tutti”, ricorda suor Annita nel suo diario. Un’espulsione che, però, non riuscì a mettere la parola “fine” alla sua esperienza missionaria.

Nel dicembre del 1964, infatti, nove mesi dopo l’addio al Sudan, Sr. Annita era di nuovo in partenza. Questa volta si trattava dell’Uganda, dove l’attendeva l’incontro con un nuovo popolo, una nuova lingua, una nuova cultura… Anzi, sarebbe meglio dire: nuovi popoli, nuove lingue, nuove culture.

In Uganda, infatti, suor Annita si trovò dapprima a svolgere il suo servizio nella scuola materna di Warr, con gli Alur; poi in quella di Madiopei, con gli Acioli; in quella di Aboke, con i Lango. E poi ancora a Kampala e infine con i Karamoja di Moroto…

“Ovunque mi sono trovata bene – leggiamo ancora nel suo diario -. I vari gruppi etnici che ho incontrato mi dimostrarono sempre affetto, simpatia e fiducia. Con i bambini, i giovani, gli anziani, avevo stabilito un rapporto di amicizia meravigliosa, che sfociava in un aiuto reciproco quando, per motivi di apostolato, dovevo raggiungere i villaggi più lontani … Con tutti ho condiviso gioie e dolori…”.

 

Nel 2007 giunse anche per suor Annita il momento di rientrare. Ormai gli anni pesavano, si sentiva stanca e bisognosa di cure e di riposo. L’accolse dapprima la comunità di Pescara; poi quella di Casa Comboni, a Verona, e infine quella di Villa Bollezzoli, ad Arco di Trento.

 

“Ti abbiamo voluto bene -le dissero le Sorelle di Arco al momento dell’ultimo congedo- e ti abbiamo sentita vicina nella preghiera e nell’affetto. Ora, dal Cielo, continua a ricordare il Sud Sudan, l’Uganda e il mondo che non è in pace…”.

Grazie di tutto, suor Annita!

 

 

Dal suo diario spirituale:

 

Dopo un viaggio durato quasi cinque mesi, ho compreso la realtà della missione e della nostra vita missionaria. Il centro della mia vita missionaria è Gesù Eucarestia e della S. Messa. È qui che si attinge la forza di superare tutte le difficoltà che incontriamo perché è Lui la nostra Forza, il nostro amore, la nostra guida. Gesù è Lui il Signore e senza di Lui non possiamo niente.”

 

“…Io sono stata mandata al popolo Denka per testimoniare la mia fede in Dio Padre, in Cristo crocifisso nostro Salvatore e la Sua Parola e con tutto questo costruire insieme a Lui la civiltà dell’Amore. Grazie, Gesù per il dono della vocazione missionaria. La vocazione missionaria è un dono speciale di Dio”.

 

“Il lavoro non è facile: ci sono varie confessioni, religioni, pagani, musulmani, protestanti, cristiani…. Ma è proprio all’interno di questa realtà complessa che si sperimenta l’Amore di Dio Padre per ogni persona, indipendente dal suo credo religioso, dalla sua cultura. Ed è qui che ho imparato a trattare tutti allo stesso modo, senza distinzione, aperta a tutti, senza preferenze e simpatie, pronta a tutto, a testimoniare con la fede e la vita i valori evangelici che Cristo salvatore del mondo è venuto a portare sulla terra”.

(Sr. Maria Rota)