Un cammino…

Colgo l’opportunita’di condividere con voi la mia esperienza missionaria, vi introduco al contesto che mi ospita, nel quale mi é dato di contemplare il volto di Dio nei volti dei fratelli di diverse nazionalitá, culture e religioni. Rispetto a qualche anno fa, la “provincia comboniana” a cui appartengo é il Medio Oriente che, come suore comboniane, ci vede presenti in Sri Lanka, Emirati Arabi, Giordania, Israele e Palestina; attualmente abito a Gerusalemme.

Senza dubbio, l’incontro interreligioso ed interculturale che rappresenta una ricchezza umana, spirituale e sociale diventa anche, come ben sapete, motivo di conflitto talvolta violento.

L’incontro con l’altro, il diverso, é una sfida e una esortazione ad uscire, ad andare oltre le nostre frontiere per farci sperimentare altri modi di vedere e di ascoltare. Come comunitá comboniana, l’incontro ci aiuta ad una lettura variegata della realtá, guidata da valori evangelici che ci spronano ad essere presenza profetica. In una terra divisa da muri di diverso genere, profezia che crea stupore, é il poter essere attraverso la nostra presenza e il nostro servizio “terra dell’incontro riconciliante”, luogo in cui l’ebreo e il musulmano, il palestinese e l’Isrealiano, il filippino e l’indiano possano incontrarsi fraternamente. Il rimanere “terra dell’incontro”, si attua attraverso la collaborazione interreligiosa con i “Rabbini per i diritti umani” nel servizio sanitario ed educativio nei villaggi dei beduini, nell’assistenza spirituale dei prigionieri, nell’attenzione ad immigrati e rifugiati eritrei e sudanesi.

La comunitá ecclesiale araba in cui vivo e lavoro (Gerusalemme e Medio Oriente in generale) nella sua identitá cattolica, é sfidata a sentirsi parte della Chiesa universale, ad approfondire perció il senso della fraternitá universale che induce a fare proprio il destino del fratello: vicino o lontano, bianco o nero, nativo del posto o immigrato. L’educazione alla mondialitá, alla solidarietá per un cambiamento di mentalitá da “chiesa nelle difensive” (perché chiesa perseguitata e di minoranza) a “chiesa in uscita” verso le situazioni di emarginazione, rappresenta il mio personale impegno con le Pontificie Opere Missionarie operanti in Medio Oriente. Un cammino di apertura alla fraternitá universale importante dunque e necessario per tutti, anche per la Chiesa Italiana e la diocesi di Andria.

 Decisamente in “Terra Santa”, la sfida del conflitto interreligioso/ nazionalistico, attualmente in atto, rende difficile l’impegno per il dialogo e la riconciliazione, eppure Ebrei, Cristiani e Musulmani, eredi della fede di Abramo, condividono la santità della città di  Gerusalemme: la città della pace. Dunque la “comune missione” che si apre alle comunità religiose è quello di ritrovare negli «archivi della parola»: Torah, Vangelo e Corano, quei valori che portini ad una comune testimonianza di fronte al mondo su temi come la giustizia, la pace, il rispetto della creazione, il diritto alla terra per i palestinesi e alla sicurezza per gli israeliani.  

Nell’incontro con Musulmani ed Ebrei, la specificità della differenza Cristiana in Medio Oriente ha un prezzo umano e sociale. Realmente per la fede in Gesú Cristo ci sono svantaggi sul lavoro, aiuti negati agli studenti cristiani, l’esclusione da ruoli di dirigenza. A parte le connotazioni sociali, la sfida é quella del: “Come rimanere cristiani in dialogo, nell’armonia delle differenze religiose?”

Importante a riguardo é la testimonianza di P. David Neuhaus, di origine sudafricana, cresciuto secondo le leggi della fede Ebraica, che in Israele ha deciso di abbracciare la fede cristiana nella Chiesa Cattolica, oggi gesuita. Secondo p.David, nell’incontro con Ebrei e Musualmani, pur nell’umiltá di ricercare con “altri pellegrini” la veritá, la specificitá Cristiana della «propria verità» non puó essere negata, perció:

Per trovare un cammino che pensa la differenza, il cristiano è rinviato a Cristo. Solo un cristianesimo che resta fedele alla sua singolarità, un cristianesimo che trova la sua pienezza nell’umiltà di un Cristo che muore sulla croce e che segnala la sua resurrezione attraverso la tomba lasciata vuota, è un cristianesimo che cerca l’incontro con l’altro e non il suo inglobamento, nel rispetto dell’alteritá-differenza (D. Neuhaus, L’ideologia Ebraico-Cristiana e il Dialogo Ebrei-Cristiani. Storia e Teologia).

Nel guardare all’ “Unico Dio” di Ebrei, Cristiani e Musulmani, la logica della croce rimane lo «spartiacque», quell’elemento di scandalo e follia che diventa forza di riconciliazione, sapienza di Dio, poiché in Cristo e per mezzo della sua croce, “sono stati abbattuti mura di separazione e in Se stesso ha fatto dei due un solo popolo nuovo” (cf. Ef 2,14-15).

Nella nostalgia di Cristo per l’ unitá e la riconciliazione tra i popoli, la comunitá cristiana di Gerusalemme denuncia le ingiustizie e invita, secondo le parole di Micheal Sabbah (patriarca emerito) a riconoscere la bontá, seppur offuscata dalla violenza, che é nei cuori delle parti in conflitto, perché sul desiderio di bene si possa ricostruire una fraterna societá Israeliano-Palestinese.

In questo momento, per i credenti delle diverse confessioni religiose, l’unica “arma” per la pace é la preghiera. Insieme chiediamo che ci “sia Pace su Gerusalemme e sulle sue mura”.           Anna Maria Sgaramella CMS

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