VERONICA, UNA TESTIMONE

La scorsa Pasqua mi spostai da Juba, la capitale del Sud Sudan, a Malakal, nel nord del Paese, in una delle zone piu’ colpite dalla guerra civile. Data la perdurante instabilita’ della zona le parrocchie nella citta’ non sono ancora state riaperte. Rimasi dunque al campo allestito dall’ONU a qualche Km. da Malakal che ospitava circa 40.000 sfollati di guerra.

Il campo stesso era purtroppo una prova evidente dell’odio distruttivo che questo conflitto ha scatenato. Un terzo della sua superficie era stato raso al suolo da un incendio il mese prima. Il 17 e 18 febbraio scontri interetnici fra gli sfollati avevano causato una quarantina di vittime, piu’ di cento feriti e ustionati e la distruzione di tende che ospitavano piu’ di 20.000 persone. La guerra del Sud Sudan, ufficialmente conclusa da un accordo di pace firmato nell’agosto del 2015 ma che ha ancora dei pericolosi strascichi come l’incidente di Malakal, e’ stata combattuta in una prospettiva tribale dove l’esercito e le milizie si sono divisi e schierati a favore del presidente o dell’ex-vicepresidente a seconda della tribu’ di appartenenza. In questi giorni dovrebbero essere resi pubblici i risultati dell’indagine delle Nazioni Unite sui combattimenti e l’incendio del campo per la protezione dei civili, un tema molto delicato perche’ da piu’ parti le truppe governative sono accusate di essere intervenute per appoggiare il gruppo etnico del presidente. Non sarebbe comunque una novita’ in un conflitto dove nessuno dei santuari di guerra tradizionali e’ stato rispettato, dalle chiese, alle moschee, alle aree sotto la giurisdizione dell’ONU.

A distanza di un mese, molte persone continuavano a parlare di una terribile notte di combattimenti dove le tende di materiale sintetico non potevano riparare nessuno e prendevano fuoco immediatamente quando colpite dai proiettili. Il terrore e i tentativi di muoversi verso gli acquartieramenti del personale ONU, piu’ sicuri, potevano essere facilmente immaginati guardando cio’ che restava della parte sud-est del campo, una distesa incenerita dove qua e la’ spuntavano parti metalliche e utensili che il fuoco non aveva potuto consumare. Qualcuno comunque cominciava a ritornare e cercava di ricostruirsi un riparo utilizzando teli di plastica e pali distribuiti da agenzie umanitarie. Una di queste persone era Veronica che mi invito’ a vedere cio’ che era rimasto della sua abitazione precedente, una porta in ferro, e a come stava cercando di risistemarsi. La storia di Veronica, che varie persone mi avevano raccontato, era simile a quella di tanti altri. Quando la gente si rese conto che la situazione andava degenerando cercarono di uscire dalle proprie tende portando con se’ cio’ che avevano di piu’ prezioso. Lo stesso fece Veronica che era stata incaricata dalla comunita’ cristiana e dal sacerdote missionario incaricato della cura pastorale del campo di custodire i pochi arredi sacri e anche il Santissimo Sacramento dal momento che la cappella del campo non offriva sufficienti garanzie. La donna aveva per parecchio tempo adempiuto fedelmente ai suoi compiti e ogni domenica quando il padre era presente per celebrare la messa preparava l’altare.

La sera del 17 febbraio quando Veronica si rese conto che doveva muoversi in fretta e lasciare la propria tenda per salvare la propria vita prese le due borse dove custodiva il Santissimo e gli arredi sacri. Cio’ era per lei la priorita’. Avrebbe pensato al resto, le sue poche proprieta’ di sfollata, successivamente. Quella possibilita’ non ci fu perche’ l’incendio distrusse completamente la sua tenda, come lei stessa mi racconto’. Mentre parlava sorrideva e mostrava una grande soddisfazione per essere riuscita a salvare cio’ che apparteneva alla chiesa, particolarmente il Santissimo. Non aveva parole di recriminazione pensando che aveva perso tutto il resto per suo uso personale.  Lei, come la maggior parte degli ospiti al campo ONU avevano gia’ abbandonato la maggior parte delle loro proprieta’ quando avevano dovuto lasciare la citta’ di Malakal a causa della guerra e nell’incidente di febbraio si trovavano a per la seconda volta in una situazione in cui dovevano forzatamente separarsi dai loro averi.

La vicenda di Veronica mi ha portato alla mente anzitutto la povera vedova che Gesu’ elogia per aver deposto nel tesoro del tempio i pochi centesimi che aveva per vivere. Conosco Veronica da quando ha lasciato Malakal e la sua casa per rifugiarsi al campo profughi dell’ONU nel 2014 durante i momenti peggiori della guerra civile. L’ho sempre vista serena e non l’ho sentita recriminare per quanto aveva dovuto lasciare nella citta’, compresa la sua casa. Anche dopo la distruzione della sua tenda e dei suoi averi negli scontri del febbraio scorso non ha cambiato il sorriso che la caratterizza. La considero come una dei tanti eroi e testimoni che non fanno notizia ma che sostengono i destini delle nazioni. Nello sconvolgimento che le guerre portano, particolarmente le guerre civili, all’apparenza sembra che distruzione e violenza prevalgano, ma un Paese va avanti grazie al numero di coloro che giorno per giorno affrontano la situazione cosi’ come e’, come se fosse normale anche se non lo e’. Il loro eroismo sta nel fatto che nonostante le difficolta’ e la lotta per la sopravvivenza riescono a pensare agli altri e addirittura danno priorita’ agli altri,  nel caso di Veronica alla Chiesa e alle sue necessita’.

Durante il 2015 e ’16 il Sud Sudan e’ sceso nelle varie statistiche mondiali e recentemente la ex-capo della missione dell’ONU nel Paese ha dichiarato che qui e’ in corso una delle peggiori crisi umanitarie del mondo, seconda solo alla Siria. Probabilmente le cose stanno proprio cosi’, ma la fede e la testimonianza di donne come Veronica sono la speranza concreta che il Sud Sudan uscira’ dal tunnel. Detto questo, coloro che danno inizio a una guerra non si rendono conto delle sue distruttive conseguenze che raggiungono la vita quotidiana di milioni di individui. Un accordo di pace e’ stato firmato per questo Paese e la maggior parte dei cittadini si augura che duri.

sr Elena Balatti

 

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