Erano sorelle. Elisabetta e Caterina Chincarini. Quando partirono per l’Africa nel 1877, probabilmente immaginarono che avrebbero affrontato insieme fatiche, malattie, forse anche la morte. Non potevano immaginare che avrebbero affrontato la tortura. E che gli aguzzini avrebbero usato proprio il loro legame di sangue come arma.
Gennaio 1883. El Obeid cade nelle mani del Mahdi. Le cinque Pie Madri vengono separate dagli uomini della missione e sottoposte a pressioni sempre crescenti per pronunciare la formula di conversione all’Islam. Don Paolo Rosignoli e il fratello Isidoro Locatelli cedono. Le donne resistono.
Per otto giorni, Elisabetta viene torturata quotidianamente. La legano a un albero, la spogliano, la cospargono di una sostanza appiccicosa. Poi liberano formiche velenose che mordono iniettando veleno in tutto il corpo. È un dolore atroce. Elisabetta ricorda tutto nei minimi dettagli nel suo diario, fino a un certo punto. Poi perde conoscenza.
Gli aguzzini si rendono conto che questo metodo non sta funzionando. Elisabetta continua a rifiutarsi di pronunciare la formula. Allora a qualcuno viene un’idea: portare sua sorella Caterina. Fargliela vedere in quelle condizioni. Forse Caterina cederà per paura, vedendo cosa l’aspetta.
E qui accade qualcosa che i torturatori non si aspettano. Caterina vede sua sorella legata all’albero, coperta di sangue e veleno, semi-incosciente. Non urla. Non sviene. Non chiede pietà. Si avvicina lentamente e cerca di darle coraggio. Cerca di farle capire che è lì, che non è sola. Parla dolcemente. Elisabetta è troppo grave per reagire, ma Caterina continua.
Gli arabi restano sbalorditi. Questa donna, invece di terrorizzarsi, sta incoraggiando la sorella torturata. Allora la allontanano bruscamente e cominciano con lei. Caterina subirà la stessa sorte.
Nei documenti della Mahdia c’è un particolare straziante. Quando credono Elisabetta morta, la slegano e la trascinano a terra. Ma alcuni bambini corrono ad avvisare Teresa Grigolini, che ormai si trova nel recinto del Mahdi. Teresa chiede che le portino il corpo. Lo ottiene. Con Concetta Corsi solleva Elisabetta – ancora viva, incredibilmente – e la trasporta nella loro tenda.
Elisabetta scrive nel suo diario: “Mi sono ripresa solo una settimana dopo”. Quando riprende conoscenza, nella tenda c’è già Caterina. Poi arriverà anche Maria Caprini. Le cinque sono di nuovo insieme. Tutte hanno resistito. Il Mahdi non è riuscito a spezzarle.
Questa storia non ha eroi solitari. Ha sorelle – di sangue e di fede – che hanno scoperto una verità: la tortura può spezzare il corpo, ma non riesce a spezzare un legame. Gli aguzzini pensavano che vedere la sorella torturata avrebbe terrorizzato Caterina. Non avevano capito che proprio quel legame era la loro forza.
Elisabetta e Caterina sopravvissero entrambe alla Mahdia. Tornarono in Italia. Continuarono la missione. Ma portarono sempre, nei loro corpi segnati, la testimonianza che l’amore fra sorelle è più forte della violenza.
Fonte: AMN, 11
