“Noi non abbiamo perso, siamo noi i vincitori.” Le parole escono dalla bocca di un bambino di cinque anni, in un’aula di Cesiolo, nel marzo del 1978. Suor Carla Mauri deve uscire dall’aula perché le lacrime le impediscono di continuare. È appena dovuta spiegare ai suoi piccoli allievi che Aldo Moro è stato ucciso dalle Brigate Rosse.
Questo episodio, raccontato con la voce ancora commossa dopo quarant’anni, rivela l’essenza della pedagogia comboniana incarnata da Suor Carla durante i suoi quarantaquattro anni di insegnamento nella scuola materna di Cesiolo, dal 1965 al 2010.
Una maestra dal cuore veloce
“Ero svelta”, racconta Suor Carla con quella semplicità che caratterizza chi ha sempre lavorato senza cercare riconoscimenti. “Le mani andavano molto veloci.” Questa velocità, sviluppata fin da bambina quando aiutava in casa e poi nel lavoro in fabbrica, divenne uno dei suoi punti di forza nell’educazione.
A sedici anni guidava cinquanta operai in una fabbrica tessile. “Mi hanno detto: tu domani prendi in mano tutto qua.” Ma lei, con l’umiltà che la contraddistinguerà sempre, cercava di proporre altre colleghe più esperte. La risposta della proprietaria fu categorica: “Tu stai qua e prendi in mano tutto.”
Quella capacità organizzativa e quella determinazione le servirono perfettamente quando, anni dopo, si trovò a gestire la scuola materna comboniana di Cesiolo, trasformandola in un vero laboratorio di educazione missionaria.
Il mese missionario e l’Africa nel cuore
“Facevamo educazione religiosa missionaria, il mese missionario e la raccolta dei fioretti per gli africani”, ricorda Suor Carla. Nonostante non avesse mai messo piede in Africa – promessa non mantenuta da “almeno tre superiore generali” – riuscì a vivere la sua missionarietà proprio tra i banchi di scuola.
“Quando c’erano bambini di diverse nazioni era come se fossi in Africa.” Il carisma comboniano si incarnava così: non nelle distanze geografiche, ma nella capacità di vedere in ogni bambino, specialmente quello più fragile o diverso, un progetto di Dio da accompagnare con amore.
L’episodio di Moro: quando la tragedia diventa lezione di fede
Era gennaio 1978, il mese della pace. Suor Carla aveva preparato l’aula con la bandiera italiana e le foto di coloro che erano stati uccisi dalle Brigate Rosse. “Pregavamo con la preghiera del mattino.” Quando Moro fu rapito, i bambini iniziarono a pregare per la sua liberazione.
Il mattino della notizia della morte, Suor Carla si trovò davanti al dilemma più difficile per un’educatrice: come spiegare il male ai più piccoli? “Signore aiutami, come faccio a dire a questi bambini?”
La sua soluzione fu un capolavoro di pedagogia cristiana: “Bambini, devo dirvi una cosa non tanto bella, però aiutatemi. Hanno ucciso Moro i cattivi e adesso noi lo pregheremo per lui che sia in paradiso e anche per i cattivi che diventino buoni.”
La risposta dei bambini superò ogni aspettativa: “Ma noi non abbiamo perso, siamo noi i vincitori.” In quella frase c’era tutta la teologia della speranza cristiana, espressa con la spontaneità dell’infanzia.
I bambini come maestri
Un altro episodio rivela la profondità spirituale che Suor Carla sapeva risvegliare nei suoi piccoli allievi. Un giorno, impreparata per la lezione sui canti pasquali, chiese ai bambini di spiegare loro il significato delle parole cantate.
Una bambina si alzò: “Suor Carla, quella parola che hai detto vuol dire la risoluzione, Gesù morto ma che risorge.” Suor Carla rimase stupita: “Mi ha spiegato il senso di quelle quattro righe secondo la dottrina cattolica. Ho detto: la prossima volta questi canti li faccio spiegare da loro, che li spiegano meglio di me.”
Il metodo educativo del silenzio
“Se io entravo, tutti tacevano i bambini”, racconta con un sorriso. Non era autoritarismo, ma quella presenza che sa comunicare amore e rispetto. “Io dicevo: guardatemi negli occhi che i miei occhi parlano a voi quando non fate le cose bene e quando sì.”
Questo approccio, fatto più di sguardi che di parole, più di esempio che di prediche, incarnava perfettamente lo spirito educativo di San Daniele Comboni: formare non solo le menti, ma i cuori.
L’eredità che continua
Dopo il 2010, anno del pensionamento dalla scuola, Suor Carla ha continuato a servire: sette anni a Brescia, poi Roma, infine la casa per anziani dove vive ora. “Dalla pulizia all’orto alla segreteria, un po’ di tutto. Basta essere disponibile e il lavoro c’è sempre.”
La sua filosofia di vita si riassume in una frase che racchiude tutta la spiritualità comboniana: “Sono contenta della vita, se potevo fare di più l’avrei senz’altro fatto, ma adesso attendo il grande lavoro che vorrà darmi il Signore.”
A ottantacinque anni, Suor Carla Mauri continua ad attendere, con quella stessa disponibilità che l’ha caratterizzata dai banchi di fabbrica a sedici anni fino alle aule di Cesiolo. La sua testimonianza ci ricorda che la missione comboniana non ha confini geografici: può incarnarsi ovunque ci sia un cuore disposto a vedere Cristo nei più piccoli e a lasciarsi insegnare da loro la speranza che vince ogni sconfitta.
Fonte: Intervista realizzata da Antonella Catania, SMC
