Dal 25 agosto al 16 settembre ho avuto il dono di condividere un po’ del mio tempo con alcuni rifugiati afgani, ospiti dell’ostello delle Suore Carmelitane, a Monte Mario. Per diversi giorni ho partecipato alla distribuzione della colazione e ho potuto vedere la grande solidarietà del quartiere e della città, che ha reso l’accoglienza delle suore ancora più familiare e attenta alle necessità degli ospiti.
Dal mondo indistinto della parola “popolo” sono così emersi per me volti concreti, persone vive, adulti, giovani e bambini, pieni di voglia di vivere e di dignità. La loro quarantena, all’inizio e l’assenza di una lingua comune con la maggior parte di essi non hanno però impedito l’instaurarsi di una relazione, fatta di sorrisi dietro la mascherina, del tono della voce, di piccoli gesti di attenzione, di semplici giochi con i bambini, curiosi, attenti, che in poco tempo hanno imparato le prime parole d’italiano. L’inglese ha permesso il dialogo con alcuni di essi, che hanno condiviso la sofferenza della partenza da Kabul, dell’abbandono della propria terra (“la patria è una madre”, mi ha detto una giovane psicologa, venuta via precipitosamente, “avendo appena chiuso la porta di casa”) ma anche la gratitudine per essere arrivati in Italia, il desiderio e la volontà ferma di imparare la lingua, di inserirsi, di costruire un futuro. Ho incontrato persone miti, dignitose nella loro sofferenza, cortesi e grate e ho conosciuto alcuni volontari, tra cui una bella bambina di circa 9 anni, attenti, pronti a dare un po’ di tempo e a cercare di tessere relazioni.
Una delle prime persone che ho incontrato è stata una giovane donna, in attesa della prima bambina, circondata dall’affetto delle sue sorelle, partite in fretta con lei, accolta con premura dalle Suore ma in pena per il marito rimasto in Afghanistan. La sua bambina non ha vissuto la tragedia della fuga da Kabul, protetta com’era nel grembo della madre ma adesso deve lottare anche lei per sopravvivere, aiutata dall’equipe dell’ospedale Bambino Gesù.
Il giorno della partenza verso un’altra destinazione, dopo la prima accoglienza all’Ostello, abbiamo pianto tutti: loro, rivivendo certamente il trauma del mese precedente e dovendo lasciare un posto ormai familiare e noi, che non sappiamo se li rivedremo, come cresceranno i bambini, come si inseriranno i ragazzi tra i loro coetanei italiani… Come missionaria comboniana, ho avuto modo di fare per un po’ causa comune con loro e ne ringrazio il Signore. Tutti noi abbiamo cercato di amarli e di servirli, come abbiamo potuto e adesso speriamo nella forza della vita, che vince sempre sul male e sulla morte.
Monica Luparello, smc
Missionaria in Italia
