C’è un momento particolare nella vita di una religiosa missionaria che raramente viene raccontato: quel tempo sospeso tra il ritorno dalla prima missione e la preparazione ai voti perpetui. È un tempo di discernimento profondo, dove le esperienze vissute “là fuori” — nelle periferie geografiche ed esistenziali del mondo — devono essere integrate, elaborate, trasformate in scelta definitiva.
In questi mesi, giovani suore stanno arrivando a Roma da diverse province della Congregazione. Inizieranno la preparazione formale ai voti perpetui ad aprile, ma intanto studiano l’italiano, una delle lingue ufficiali della Congregazione. Durante questi mesi condivideranno con noi, attraverso questo blog, le loro esperienze di missione: storie di incontri che le hanno trasformate, di persone che hanno lasciato un’impronta indelebile nei loro cuori, di scoperte che hanno cambiato per sempre il loro modo di vedere Dio e la missione.
È un tempo di transizione strano: da poco hanno lasciato le missioni in Zambia, Sud Sudan, Etiopia, Brasile, Togo, Ecuador. Ora si ritrovano in aule dove si coniugano verbi e si memorizzano vocaboli, ma nei loro cuori risuonano ancora le voci di chi hanno lasciato dall’altra parte del mondo.
Le giovani suore che tornano dalla missione non sono più le stesse che erano partite. Portano negli occhi immagini che non si cancellano: un anziano che piange di fame sotto il sole, una ragazza di sedici anni che mente sulla sua gravidanza per sfuggire a un matrimonio forzato, una donna di ottant’anni accusata di stregoneria dai suoi vicini, giovani madri che vogliono abbandonare le loro neonate perché sono femmine, tossicodipendenti espulse dalle loro chiese. Portano nel corpo la stanchezza di lunghi cammini su strade polverose, il peso di corpi che hanno dato tutto quello che potevano dare. Portano nel cuore domande che non avevano prima di partire.
La preparazione ai voti perpetui, in questo contesto, non è un esercizio teorico di approfondimento teologico. È un corpo a corpo con la realtà che hanno toccato con mano. È confrontarsi con una domanda radicale: “Voglio davvero passare tutta la mia vita così?”. Perché una cosa è fare un’esperienza missionaria temporanea, sapendo che dopo qualche anno si tornerà per la formazione. Un’altra cosa è dire “per sempre” a questa vita che ora conoscono non per sentito dire, ma per esperienza diretta.
Queste giovani suore hanno scoperto sulla propria pelle cosa significa la kenosi, lo svuotamento di cui parla San Paolo. Non come concetto teologico studiato nei libri, ma come realtà quotidiana. Hanno scoperto che la missione non è eroismo romantico ma presenza umile e spesso impotente. Hanno imparato che non si può salvare nessuno, si può solo accompagnare. Hanno capito che il carisma comboniano — servire i più poveri e abbandonati — non è uno slogan ma una scelta che costa la vita, letteralmente.
Eppure, ed è questo il paradosso che attraversa tutti i loro racconti, parlano delle loro missioni con tenerezza. “È stata bellissima”, dicono. “Le persone con cui lavoravo erano meravigliose”. C’è nei loro occhi, anche quando raccontano le situazioni più dure, una luce che non si spiega solo con l’entusiasmo giovanile. È qualcosa di più profondo: hanno toccato il cuore del Vangelo. Hanno sperimentato che Cristo non mentiva quando disse “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”. Hanno scoperto che servire i più piccoli è davvero servire Lui.
La preparazione ai voti perpetui diventa allora il tempo per dare un nome a questa gioia paradossale. Per capire teologicamente ciò che hanno vissuto esistenzialmente. Per discernere se quella gioia — che coesiste con stanchezza, frustrazione, impotenza — è abbastanza forte da sostenerle per tutta la vita. Perché il voto perpetuo è questo: scommettere tutta la propria vita su quella gioia, anche sapendo che ci saranno giorni — molti giorni — in cui sarà difficile ricordarla.
Ora, mentre studiano l’italiano insieme, vengono da mondi diversi ma condividono esperienze sorprendentemente simili. Una ha camminato chilometri per portare l’Eucaristia a un’anziana accusata di stregoneria. Un’altra ha creato spazi sicuri per giovani donne costrette a matrimoni forzati. Un’altra ancora si è seduta con tossicodipendenti rifiutate dalle loro chiese. Un’altra ha accompagnato una madre che voleva abbandonare la sua neonata. Missioni diverse, continenti diversi, ma la stessa esperienza di fondo: hanno rappresentato la Chiesa dove la Chiesa aveva fatto male o era assente.
Attraverso le loro testimonianze che leggeremo nei prossimi mesi su questo blog, scopriremo non solo cosa hanno fatto, ma soprattutto cosa hanno imparato. Perché la missione trasforma chi serve almeno quanto trasforma chi è servito. Le loro storie ci mostreranno volti concreti di chi vive ai margini, ma anche il volto di Dio che si rivela proprio lì, negli ultimi.
Queste giovani suore portano un peso particolare: hanno dovuto essere loro, con la loro presenza, a mostrare un volto diverso di Chiesa. Hanno dovuto riparare, silenziosamente, ciò che altri nella Chiesa avevano rotto. Prepararsi ai voti perpetui significa anche decidere se si è disposte a portare questo peso per sempre. Se si è pronte a essere volto della Chiesa anche quando la Chiesa sbaglia, anche quando altri nella Chiesa tradiscono il Vangelo. È una forma particolare di fedeltà: non fedeltà a un’istituzione perfetta, ma fedeltà a ciò che la Chiesa è chiamata a essere, anche quando non lo è.
C’è poi la questione dei legami creati e poi lasciati. Hanno pianto con chi hanno dovuto lasciare. Hanno accompagnato persone sapendo che un giorno avrebbero dovuto affidare quelle relazioni ad altri. Hanno seminato sapendo che forse non vedranno il raccolto. La preparazione ai voti perpetui è anche questo: fare i conti con il fatto che la vita missionaria è una continua partenza, un continuo lasciare andare, un continuo morire a piccole dosi.
Eppure — e di nuovo questo paradosso — dicono “sì”. Tornano dalla missione con tutte queste esperienze, con tutte queste ferite, con tutte queste domande, e si preparano a dire “voglio fare questo per sempre”. Non perché siano masochiste o perché non capiscano in cosa si stanno cacciando. Al contrario: proprio perché hanno capito. Hanno capito che questa vita, per quanto dura, è l’unica che vale la pena vivere. Hanno scoperto che dare la vita per i più piccoli non è un sacrificio che impoverisce, ma un dono che arricchisce.
Questi mesi prima di aprile diventano così un tempo di integrazione profonda. Integrare la giovane donna che era partita con entusiasmo e la missionaria che torna con realismo. Integrare i sogni con la realtà. Integrare l’idealismo con la concretezza. Non per spegnere i sogni o uccidere l’idealismo, ma per radicarli in una terra più solida, quella dell’esperienza vissuta. Mentre imparano una nuova lingua, stanno anche imparando a tradurre in parole ciò che hanno vissuto, a dare voce a un’esperienza che spesso lascia senza parole. E in questo esercizio di dare forma narrativa alle loro esperienze, anche noi saremo accompagnati, mese dopo mese, a guardare il mondo con i loro occhi.
Queste giovani suore stanno imparando che la vita consacrata missionaria non è fuga dal mondo ma immersione radicale in esso. Non è protezione dalla sofferenza ma scelta deliberata di stare dove la sofferenza è più grande. Non è sicurezza ma rischio continuo. Non è successo ma fedeltà nascosta. Non è protagonismo ma presenza discreta. Non è fare grandi cose ma fare piccole cose con grande amore.
Quando ad aprile inizieranno formalmente la preparazione e poi, più avanti, pronunceranno i voti perpetui, non lo faranno con l’ingenuità di chi non sa in cosa si sta impegnando. Lo faranno con la consapevolezza di chi ha visto, toccato, pianto, gioito. Lo faranno sapendo che ci saranno giorni difficili, persone che non si lasceranno aiutare, situazioni che sembreranno senza speranza, partenze dolorose, fallimenti apparenti. Lo faranno comunque. Perché hanno scoperto che in quella vita — proprio in quella vita, con tutte le sue contraddizioni — Cristo è più presente che altrove.
Il loro “per sempre” non sarà un salto nel buio ma un salto nella luce. La luce vista negli occhi di un anziano quando finalmente ha avuto una casa. La luce nel sorriso di un giovane quando ha scoperto di avere valore. La luce nella pace di chi riceve l’Eucaristia dopo anni di abbandono. La luce nella dignità ritrovata di chi ha trovato la propria voce. È per quella luce che vale la pena dare tutta la vita.
E forse è proprio questo il senso più profondo di questi mesi di transizione e della preparazione ai voti perpetui: verificare se quella luce vista negli occhi degli ultimi è abbastanza forte da illuminare tutta una vita. Per queste giovani suore che studiano italiano mentre portano nel cuore l’Africa, l’America Latina e l’Asia, la risposta è sì. E noi, attraverso le loro testimonianze che leggeremo su questo blog, saremo testimoni privilegiati di questo cammino verso il “per sempre”.
