“Cosa pensavi di noi quando hai saputo che saresti venuta in Terra Santa?” hanno chiesto incuriosite le donne beduine ad Antonella, una volontaria italiana. Fascino, mistero, cultura leggendaria e tradizioni diverse sono state alcune delle sue risposte. “E cosa pensi di noi ora che sei qui?” hanno continuato a chiedere le donne, circondandola con ancora più curiosità.
È solo un mese che Antonella conosce queste donne: madri, giovani e bambine beduine. È impressionata dal loro stile di vita e dalla cultura millenaria. Oltre a riflettere la bellezza e la severità del deserto, le beduine si distinguono per la loro notevole resilienza e forza, nonché per il loro profondo senso di sorellanza. Sono anche curiose e nutrono il valore dell’ospitalità.
Viviamo con loro quotidianamente. In alcuni villaggi troviamo le porte aperte. Le Comboniane che c’erano prima si erano già guadagnate la loro fiducia e l’hanno estesa a noi. Nei nuovi villaggi cominciamo a conoscerci. I corsi di ricamo, le visite, i giochi, gli incontri e le lezioni d’inglese sono momenti propizi per condividere conoscenze e avvicinare i cuori.
Si interessano anche ad altre culture. Con internet, le beduine esplorano gli stili di vita occidentali, senza perdere la loro identità. Usano Snapchat e TikTok, ma non è loro permesso usare Facebook. Nonostante le alte temperature del deserto, le donne si coprono completamente, dalla testa ai piedi, mostrando un aspetto impeccabile e un piacevole aroma.
La loro vita è difficile. I beduini Jahalin hanno condotto una vita nomade nel deserto del Negev per secoli fino a quando la guerra d’indipendenza di Israele ha alterato radicalmente la loro esistenza. Tra il 1948 e il 1949, furono espulsi e deportati ripetutamente. Alla fine, queste comunità beduine si stabilirono in Cisgiordania, nel deserto della Giudea.
“Abbiamo tanti no, tanti divieti. Vogliamo essere libere, che ci sia permesso viaggiare, siamo stanche di tanti no,” dicono le donne. I villaggi Jahalin vivono sotto il controllo civile e militare di Israele, affrontando minacce costanti di trasferimento e demolizione, aggravate dalla costruzione del muro dal 2002. L’emarginazione si è intensificata, forzando nuovi spostamenti.
I loro ricami profumano di pecora. All’inizio, le donne di uno dei villaggi si rifiutavano di ricamare la parola pace in ebraico. Non avevano problemi a ricamare la parola in arabo e inglese, ma non in ebraico. Parlando con loro si sono rese conto che ricamare la parola in una lingua che rappresenta per loro dominazione le rendeva in qualche modo tessitrici di pace.
Il futuro delle beduine è incerto, ma anche pieno di speranza, forza e forte senso di comunità e identità. I loro sogni di godere di una vita più dignitosa riflettono un desiderio universale di migliorare la loro qualità di vita e quella dei loro figli. Come Comboniane abbracciamo la sfida di promuovere insieme un ambiente dove possano imparare e crescere senza perdere le loro radici per costruire un futuro dove si coltivino i loro valori leggendari e si celebri la diversità culturale.
A cura di Sr. Cecilia Sierra Salcido Suore Missionarie Comboniane – Palestina






