A Tavernerio l’incontro tra SUAM e CIMI ridisegna il futuro dell’animazione missionaria in Italia
Si sono incontrati a Tavernerio (Co), ospiti dei Missionari Saveriani, gli animatori e le animatrici del SUAM nazionale insieme ai Superiori Maggiori degli Istituti Missionari riuniti nella CIMI. All’incontro hanno partecipato anche i nuovi membri della Commissione Giustizia, Pace e Integrità del Creato (GPIC) della CIMI. Per le Suore Missionarie Comboniane erano presenti suor Laura Lepori (CIMI), suor Cinzia Trotta (SUAM nazionale) e suor Rita Zaninelli (Commissione GPIC nazionale).
Obiettivo della sessione: fare il punto sulle attività di animazione missionaria svolte durante l’anno e riflettere su come contribuire concretamente alla “conversione della Chiesa missionaria italiana”, secondo quanto richiesto dal Documento di sintesi del Sinodo della Chiesa italiana.
Il Cammino Sinodale ha un solo orizzonte: la missione
Dal confronto tra i partecipanti è emerso con chiarezza che l’intero Cammino Sinodale della Chiesa in Italia ha avuto, fin dall’inizio, la missione come orizzonte di fondo — un dato riconfermato nel documento finale di sintesi.
Un punto centrale della riflessione riguarda il significato stesso della missione: essa non riguarda più soltanto le “genti” (la classica Missio ad Gentes), ma — a partire dal Concilio Vaticano II — coinvolge tutti. In una società secolarizzata e plurale come quella attuale, non esistono più “attori” della missione da un lato e “destinatari” dall’altro: tutti sono chiamati ad annunciare e tutti, allo stesso tempo, hanno bisogno di conversione.
Questa “missione nello stile della prossimità” richiede uno sguardo nuovo e più evangelico sulla realtà, e l’assunzione consapevole di uno stile sinodale e missionario da parte dell’intera Chiesa. Come ricorda il Documento di sintesi del Cammino sinodale, ogni scelta e ogni cambiamento devono misurarsi alla luce dell’annuncio del Regno di Dio, vocazione fondamentale di tutti i battezzati: l’orizzonte della missione resta il criterio ultimo di ogni discernimento.
Da “animazione” a “cultura missionaria”
Nei gruppi di lavoro del SUAM ci si è confrontati su cosa significhi oggi fare animazione missionaria e vocazionale, da sempre asse portante dell’attività missionaria in Italia. È emersa la necessità di un cambiamento di prospettiva profondo, sia nella teoria che nella prassi: il passaggio da “animazione” a “cultura missionaria”.
Il nodo centrale, richiamato anche dal cardinale Repole all’81ª Assemblea Generale della CEI ad Assisi, è la distanza crescente tra Vangelo, stili di vita e cultura contemporanea, e la conseguente difficoltà nella trasmissione della fede. Non si tratta più solo di annunciare il Vangelo in territori sempre più vasti, ma di preparare un terreno culturale realmente impregnato dei suoi valori, capace di far risuonare l’appello ad annunciare a tutti.
Per troppo tempo, è emerso dal confronto, si è pensato di dover semplicemente seminare la missionarietà in una cristianità già formata e matura. Ma il caleidoscopio di culture e religioni in cui oggi ci si muove chiede di tornare prima ad arare e preparare il terreno. L’obiettivo principale, dunque, non è più solo moltiplicare iniziative, ma formare mentalità e promuovere un autentico discepolato missionario.
Verso una pastorale realmente missionaria
Uno dei temi più sentiti dell’incontro è stata la necessità, per la Chiesa locale, di passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria: una delle sfide più significative chieste dal Sinodo alla Chiesa italiana, e a maggior ragione agli Istituti Missionari presenti sul territorio.
Accompagnare questo passaggio richiede tempi lunghi e una mentalità nuova, che orienti sempre più verso una vera missione/pastorale missionaria in Italia, superando la classica animazione missionaria del passato. Un cammino che chiede agli Istituti Missionari di lavorare in sinergia crescente, con obiettivi condivisi, dentro la Chiesa locale.
Fonte: Cinzia Trotta, smc
