CITTÀ DEL VATICANO, ITALIA – Il sole di maggio illuminava piazza San Pietro mentre migliaia di fedeli si raccoglievano attorno al Papa per la preghiera del Regina Caeli. Era la mia prima volta in piazza dopo l’elezione di Papa Leone XIV, e si percepiva nell’aria un’energia particolare, quella dei nuovi inizi carichi di speranza.
“Sono ancora all’inizio del mio ministero”, ha detto il Santo Padre con quella semplicità che già lo caratterizza. Le sue parole risuonavano chiare attraverso gli altoparlanti, raggiungendo anche i fedeli più lontani. Mi sono trovata a riflettere su quanto queste parole potessero risuonare nel cuore di ogni missionaria che, come me, si trova spesso ad affrontare sfide che sembrano superiori alle proprie forze.
Una giovane suora africana accanto a me sussurrava sottovoce: “Anche noi siamo all’inizio, sempre”. I suoi occhi brillavano di quella luce che conosco bene, la stessa che ho visto negli occhi di tante consorelle sparse per il mondo, dalla periferia di Nairobi ai villaggi andini del Perù.
Il Papa ha proseguito citando il Vangelo di Giovanni, quella promessa straordinaria di Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Queste parole hanno toccato qualcosa di profondo in me. Quante volte, nei momenti più difficili della missione, ho sentito il bisogno di ricordare che non siamo soli, che il Signore stesso prende dimora in noi.
Ho pensato a Sr. Maria, che lavora negli slum di Kampala. Quando l’ho vista l’ultima volta, mi aveva confidato: “Ci sono giorni in cui mi sento inadeguata davanti a tanta povertà. Ma poi ricordo che Dio ha scelto me, proprio me, per essere qui”. Le parole del Papa sembravano rispondere proprio a questa inquietudine che attraversa il cuore di ogni missionario.
“Non dobbiamo guardare alle nostre forze, ma alla misericordia del Signore”, ha continuato Leone XIV. Un anziano pellegrino romano, che da anni partecipa al Regina Caeli, mi ha sussurrato: “Il Papa parla al cuore. Si vede che conosce le nostre fatiche”.
La piazza era un mosaico di volti, culture, storie diverse. C’erano gruppi di giovani universitari, famiglie con bambini, religiosi di ogni congregazione. Tutti uniti dall’ascolto di queste parole che toccavano l’universale esperienza umana della fragilità trasformata in forza dalla grazia di Dio.
Quando il Papa ha parlato del “dimorare di Dio in noi” come dono dello Spirito Santo, ho visto alcuni fedeli chinarsi in preghiera spontanea. È questo il momento in cui si percepisce che le parole non sono solo concetti, ma realtà viva che trasforma. “Ci prende per mano”, ha detto, e io ho sentito quella mano nella mia esperienza missionaria, nelle notti difficili, nei momenti di scoraggiamento, ma anche nelle gioie inaspettate e nei miracoli quotidiani.
Un giovane seminarista del Burkina Faso, che studia a Roma, mi ha confidato dopo la preghiera: “Sento che il Papa ci sta preparando a qualcosa di grande. Quando parla di essere strumenti del suo amore per il mondo, io penso subito alla mia gente, ai miei villaggi. Voglio tornare là portando questa certezza”.
La conclusione del Papa è stata un richiamo potente: “Impegniamoci a portare il suo amore ovunque, ricordandoci che ogni sorella e ogni fratello è dimora di Dio”. Queste parole racchiudono l’essenza della vocazione missionaria: riconoscere in ogni persona, specialmente nei piccoli e nei poveri, la presenza stessa di Dio.
Mentre la folla si disperdeva lentamente, molti rimanevano in preghiera silenziosa. Ho osservato una famiglia di rifugiati che pregava in una lingua che non comprendevo, ma il cui linguaggio del cuore era universale. Accanto a loro, un gruppo di suore sussurrava il Rosario.
In questo momento di grazia, ho compreso che le parole di Papa Leone XIV non erano solo un insegnamento, ma una chiamata. Una chiamata a riconoscere che la missione non è prima di tutto andare, ma essere: essere dimora di Dio, essere tempio santo, essere presenza viva dell’amore divino ovunque il Signore ci pone.
Come Maria, che per opera dello Spirito è diventata “Dimora consacrata a Dio”, anche noi siamo chiamati a questa stessa esperienza trasformante. Non si tratta di grandi gesti eroici, ma di quella quotidiana disponibilità a lasciarsi abitare da Dio, per poi irradiare questa presenza nei gesti semplici, negli sguardi compassionevoli, nell’ascolto attento del grido dei poveri.
Tornando verso casa, ho portato nel cuore la certezza che questo pontificato nascente ci accompagnerà in un cammino di riscoperta della bellezza di essere, prima che fare, missionari di Cristo nel mondo.
Fonte: Regina Caeli del Santo Padre Leone XIV, Piazza San Pietro, 25 maggio 2025
