

Spesso mi trovo a pensare che potrei scrivere un libro per ogni volto incontrato e che rimane impresso nella mia mente e nel mio cuore. Da un anno a questa parte ho incontrato e lavorato con un gruppo nutrito di ragazzini migranti: minori stranieri non accompagnati, così definiti tecnicamente.
Tutti noi, oso generalizzare in questo caso, conosciamo per sentito dire, gli orrori che si compiono durante le lunghe traversate del deserto, delle montagne e del mare, per poi non parlare di ciò che accade nei campi di detenzione gestiti dai trafficanti e sulle barche.
Oggi voglio volgere l’attenzione a qualcosa di diverso. Alla speranza che muove, alla speranza che accompagna e che sostiene, chi parte e lascia chi ama nel paese di origine.
Durante questo anno, lavorando in una casa di seconda accoglienza, ho sperimentato il potere delle relazioni che si intrecciano formando una trama fitta e resistente, forte e robusta, capace di sostenere vite molto fragili e ancora tanto fresche quanto provate.
Incontro e vivo quotidianamente con una quarantina di ragazzini, carichi di energia adolescenziale quanto di sogni prorompenti che hanno una forza indescrivibile, per poterli spingere a vivere con tanto coraggio esperienze che per molti di noi rimangono nell’immaginario.
Si dice spesso che “la speranza è l’ultima a morire”, ma io vedo e sento che la speranza non muore.
Rimango spesso in silenzio contemplando gli atti eroici, il coraggio e la forza che porta giovani vite a farsi strada in un mondo molto angusto e ingiusto.
Un giorno Babul, ragazzino bengalese molto timido e introverso, viene da me e con tanto orgoglio e pacatezza mi racconta la sua storia: è partito a quindici anni, primo di cinque figli, con la missione di dare sostegno alla famiglia che è nel bisogno ed è provata dalla lunga malattia del padre. Babul è molto determinato a trovare un lavoro per mandare i soldi a casa, prima di tutto per permettere al padre di curarsi e poi per far andare a scuola le sorelline. Il ragazzo mi dice che lui a scuola non ci è mia andato e che vendeva te e frutta fresca ai semafori della sua città. Però ora che è in Italia ha imparato anche a leggere e scrivere, e con determinazione sta frequentando un corso di formazione professionale per diventare pizzaiolo. Mi racconta della sua futura moglie e dei sogni che ha per loro due e per tutta la famiglia.
Ogni giorno, nella comunità, si compiono grandi atti di fiducia e mi si dilata il cuore quando i ragazzi ci consegnano le loro storie fatte di desideri, sogni, bisogni, paure e fatiche. Sono momenti sacri quando mi vengono mostrate le foto fatte durante il viaggio o quando ci si mette in videochiamata con i genitori o le nonne e in qualche maniera ci si arrabatta per salutarsi… i ragazzi vogliono incutere sicurezza alle famiglie di origine mostrando loro con chi stanno vivendo e chi si sta prendendo cura di loro.
Le leggi, i sistemi, la politica, spesso disumanizzano e le caratteristiche più proprie dell’essere persona vengono coperte da tanto tecnicismo, però, ogni giorno, incontro miracoli viventi, sopravvissuti a persecuzioni, atti terroristici, calamità naturali, naufragi, torture e violenze di ogni tipo… niente sconti. Vedo la forza interiore che molti hanno per continuare a vivere con speranza, col desiderio di bene per loro e per le persone che amano.
Musa è somalo, 16 anni, scappato da chi voleva farlo soldato. Arrivato in Libia è stato picchiato e lascito morente sul ciglio della strada. Medici senza Frontiere lo hanno curato cercando di mettere insieme le sue ossa. Mi stupisce la sua resilienza, la sua pace interiore che mi è di grande esempio. Ha forti dolori alle ossa, ma non si tira indietro nel mettersi a disposizione per ciò che serve. È un pacifista in casa, ha un occhio di riguardo e attenzione per tutti i compagni indistintamente. Lui, come tanti è un sopravvissuto, graziato, che cerca e si impegna per fare di questo mondo un posto migliore nel quale abitare, per tutti.
Io vivo questo lavoro con il desiderio di farmi strumento che accompagna con delicatezza e attenzione questi giovani, nel cammino che si sono prefissati, perché attraverso le loro risorse personali, messe in campo, possano realizzare in modo sano, i desideri di bene per loro stessi e per le persone che amano. Mi piace sentirmi connessa a quanto ci esortava Papa Francesco nel discorso fatto alle partecipanti al Capitolo Generale, il 22 ottobre 2022:
Patrizia Di Clemente, smc
Missionaria in Italia
