“Siamo venuti presto qui, questa mattina, in pellegrinaggio alla tomba di Pietro, per affidare alla sua intercessione, i nostri Capitoli Generali.
Sono di Pietro le parole che abbiamo ascoltato nella prima lettura, parole con sapore missionario, parole di orizzonte ampio, quello dell’amore universale di Dio. Parole che non ci lasciano indifferenti, a noi che la chiamata ci ha portato all’incontro di popoli altri, di culture diverse, di mondi lontani, come quelli che incontrò l’apostolo stesso.
La Chiesa ha custodito per secoli la memoria di Pietro in questo luogo della sua morte, in questo punto in cui il suo corpo è stato sepolto. Ci sono tante pietre qui, le abbiamo viste nei diversi livelli di costruzione delle Chiese sovrapposte, e le ossa di Pietro rimangono incastrate tra la terra, i mattoni e il marmo secolare. Ma lui è Cefas, pietra porosa, che Gesù ha trasformato in roccia fondante della Chiesa, segno della sua comunione. Parte delle sue ossa sono state consegnate da Papa Francesco a Bartolomeo, arcivescovo di Costantinopoli, e riposano oggi anche in una terra come la Turchia, di minoranza cristiana, gesto stupendo di unità e di fratellanza universale.
Ma per noi…quale segno oggi?
Pietro, uomo che ha toccato il fondo, per poi essere trasformato. Pietra porosa, traballante, ha saputo abbracciare la sua vulnerabilità e si è affidato a Cristo, lasciandosi trasformare da Lui. Stringendosi al Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche lui, Pietro, è stato impiegato come pietra viva per la costruzione di un edificio spirituale. (Cf 1Pt2, 4-5)
Pietro, che mentre toccava il fondo e prendeva in mano la sua vulnerabilità, non ha negato lo sguardo a Gesù, e in quell’incrocio di occhi con il suo Maestro, mentre un gallo cantava, ha ricevuto la grazia di poter essere amato fino alla fine.
“Come il Padre ha amato me, cosi anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.”
E questa è l’ultima cena di Gesù. Ultime sue parole, il grande comandamento che consegna ai suoi.
Quale ultima parola desideriamo consegnare alle nostre Congregazioni, al termine dei nostri mandati? Mentre facciamo il bilancio finale, non ci resta se non consegnare noi stessi in un atto di amore di fronte anche alla vulnerabilità che oggi sperimentiamo in questa epoca di rapidi cambiamenti, complessa e sconvolgente. Chiamati anche noi a cambiare ma, soprattutto, ad entrare senza paura in una trasformazione di noi stessi, come individui, come comunità, come Congregazioni, come Vita Religiosa.
E non dimentichiamoci, mentre siamo in questa imponente basilica di San Pietro, che siamo anche noi “come pietra nascosta sotterra, che forse non verrà mai alla luce, ma che entra a far parte del fondamento di un nuovo e colossale edificio che solo i posteri vedranno spuntare dal suolo ed elevarsi a poco a poco…”. In fede consegniamo tutti i nostri sforzi, le fatiche e le gioie di questi anni di servizio alle nostre Congregazioni, anche se oggi non possiamo se non vedere un piccolo progresso, e la strada da percorrere ci sembra ancora così lunga. Comboni, come Pietro, si è lasciato stringere dal Cristo per diventare oggi pietra viva della Chiesa. Chiediamo anche noi la grazia di diventare pietre vive in Cristo”.
