Dopo decenni di servizio missionario, Suor Franca Fusato, SMC, offre una testimonianza che intreccia spiritualità profonda e apertura al cambiamento. La sua storia rivela un percorso di trasformazione che va dalla resistenza iniziale alla tecnologia fino all’abbraccio consapevole della comunicazione digitale come strumento di missione.
“Non faccio parte della Touch Generation”, confessa con un sorriso, ricordando la sua iniziale riluttanza verso il telefono cellulare. “Ho fatto fatica ad avere un telefonino, l’avevo sempre rifiutato”. Tuttavia, questa resistenza si è trasformata in una comprensione profonda del potenziale della comunicazione moderna: “Comunicare crea vita, comunicare crea anche da lontano una relazione significativa”.
Il suo percorso spirituale riflette una simile evoluzione. “Ho fatto un grande percorso”, racconta, descrivendo il passaggio da una religiosità devozionale a un rapporto più intimo con la Parola di Dio. “Da un cammino di preghiere sono passata prima di tutto al mio grande amore che è stata la Scrittura”. Questa evoluzione l’ha portata a una comprensione più profonda: “La parola viva deve abitare in me”.
La sua esperienza in Africa ha lasciato un’impronta indelebile, come dimostra il racconto dell’incontro con il dottor Edward, un medico africano formato negli Stati Uniti che ha creato una scuola per bambini con difficoltà linguistiche. “Questa empatia che c’è stata tra noi due perdura”, racconta, evidenziando come le relazioni autentiche superino le distanze geografiche e culturali.
Per Suor Franca, la comunicazione digitale è diventata uno strumento essenziale per la governance della congregazione: “A giorno d’oggi non si può concepire un tipo di governo senza questo mezzo”. In un’epoca in cui le province religiose si estendono su territori enormi, la tecnologia diventa un ponte che unisce non solo territori, ma persone, istituzioni e diverse modalità di vivere la missione.
La sua testimonianza culmina in una profonda comprensione della contemplazione: “Adesso mi occorre il silenzio”. Questo passaggio alla contemplazione silenziosa rappresenta non un rifiuto della modernità, ma una sintesi matura tra tradizione e innovazione, tra il bisogno di connessione umana e la necessità di spazi di silenzio interiore.
“La vita missionaria è sempre grazia”, conclude, sottolineando come ogni strumento, sia esso antico o moderno, possa servire alla missione quando è orientato alla creazione di autentiche relazioni umane e spirituali. La sua storia rappresenta un esempio eloquente di come la vita religiosa contemporanea possa abbracciare il cambiamento senza perdere la propria essenza.
