C’era un tempo in cui ad Aswan le bambine non andavano a scuola. Non perché mancasse la voglia di imparare, ma perché nessuno aveva ancora ritenuto necessario occuparsene. L’educazione femminile era un capitolo in bianco, lasciato in bianco per consuetudine, per cultura, per mancanza di chi credesse abbastanza nel suo valore. Era il 1895, e l’Alto Egitto portava su di sé il peso di secoli di esclusione silenziosa.
Fu in quel contesto che arrivarono ad Aswan le prime missionarie comboniane. Tre donne segnate dalla storia: Sr. Francesca Dalmasso, fuggita due volte da Khartoum sotto la minaccia dei dervisci; Sr. Maria Caprini e Sr. Fortunata Quasce, entrambe sopravvissute alla schiavitù durante il regime mahdista in Sudan. Non arrivarono con l’aria di chi porta soluzioni dall’esterno, ma con la semplicità di chi sa cosa significa ricominciare da zero. Affittarono una piccola casa, sistemarono con cura gli ambienti e riservarono la stanza più grande – sei metri per quattro – all’aula scolastica. Era poco, ma era abbastanza per iniziare.
Ai primi di dicembre la scuola aprì le sue porte e, quasi subito, si rivelò troppo piccola. Una quarantina di bambine riempirono quell’aula angusta, segno evidente che la sete di istruzione esisteva, aspettava solo di essere intercettata. L’intuizione che aveva mosso Monsignor Roveggio ad aprire quella scuola era, dunque, profetica: era giunto il momento di occuparsi dell’educazione della donna. E quella piccola aula divenne il primo mattone di un’opera destinata a durare ben oltre le persone che l’avevano costruita.
Antonios Nabil, oggi Vice Direttore della Scuola Santa Teresa, è uno di quei mattoni. Ha frequentato la scuola da bambino, l’ha vista crescere, e ora ne è parte viva. «Ricordo come suor Hakima riempiva i nostri cuori di gioia quando ricevevamo i libri scolastici», racconta. «Ci insegnava l’ordine e il rispetto nel modo di ricevere libri e materiali.» Non sono ricordi nostalgici: sono le fondamenta di una visione del mondo. È stata suor Carla a mostrargli cosa significhi parlare da figlio di Cristo. È stata suor Eugenia a insegnargli la preghiera fatta con il cuore, non solo con le labbra. Ed è stata suor Faiza – direttrice ancora oggi – a trasmettergli che lavorare con umiltà significa «scolpire una pietra grezza fino a farne un’opera d’arte che glorifica il nome di Dio».
Eppure la scuola non ha mai fatto proselitismo. In una città a maggioranza musulmana, le suore hanno scelto un altro linguaggio: quello dell’accoglienza senza distinzione, della cura per ogni bambino e bambina, della testimonianza silenziosa. Musulmani, cristiani ortodossi e cattolici hanno trovato qui un ambiente sicuro, rispettoso, aperto. Il dialogo non è stato un programma, ma uno stile di vita quotidiana. In questo, la Scuola Santa Teresa ha incarnato in modo sorprendentemente fedele il sogno di San Daniele Comboni: costruire ponti, generare fiducia, promuovere la dignità di tutti, perché ogni persona possa diventare protagonista del proprio futuro.
A 130 anni dalla fondazione, quella piccola aula di sei metri per quattro si è trasformata in un’istituzione che l’intera Aswan riconosce e rispetta. La presenza delle suore ha guadagnato nel tempo la stima della gente, della Chiesa locale e della società civile. Molte direttrici si sono succedute nel tempo – tra le altre, la prima egiziana, Sr. Fahima Mansour, che guidò la scuola per oltre vent’anni – e ognuna ha lasciato un’impronta diversa, ma tutte coerenti con lo stesso carisma: educare è liberare, formare è generare futuro.
Antonios Nabil ama citare una frase di Comboni che, dice, «ha avuto un impatto profondo nella mia vita»: Io muoio, ma la mia opera non morirà. Non è retorica. È la descrizione esatta di ciò che accade ogni giorno in quella scuola: semi piantati da mani che non ci sono più, alberi sotto la cui ombra una comunità continua a crescere. Pertanto, quello che la Scuola Santa Teresa celebra a 130 anni dalla sua fondazione non è solo una storia. È una promessa che si rinnova ogni mattina, nell’incontro tra una maestra e una bambina che impara, per la prima volta, che il suo futuro le appartiene.
Sr. Valeria Ruiz, SMC — con il contributo dell’articolo di Antonios Nabil, Vice Direttore della Scuola Santa Teresa di Aswan (originale in arabo).
