Quando le parole smettono di essere teoria e diventano ferite aperte, speranze concrete, urgenze che non possono più attendere. È quello che è successo durante la Tavola Rotonda dell’Intercapitolo 2025, quando Alberto de la Portilla, Maria Pia Dal Zovo, Suor Alicia Vacas e Padre Luigi Fernando Codianni hanno iniziato a parlare di sinodalità e interculturalità. La sala ha capito subito: non si trattava di un esercizio accademico, ma di guardare in faccia la realtà della Famiglia Comboniana, con tutta la sua complessità e le sue contraddizioni.
Oltre le belle intenzioni
“Siamo figli e figlie di un momento storico”, ha esordito Alberto, portando immediatamente il discorso sul terreno della concretezza. Il peso di una Chiesa che ancora fatica a dare ai laici il posto che spetta loro, la sfida di una società che vede nell’altro una minaccia anziché una ricchezza, la responsabilità di chi, come missionari, si trova “in prima linea” in questo dibattito. Nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro, con gli amici, con i familiari.
“La nostra vivenza interna deve essere un testimone che una società interculturale è possibile”, ha affermato con forza. Non basta parlarne, bisogna incarnarlo. E questo vale tanto per la società quanto per la Chiesa, dove la visione che “gerarchizza, che stratifica” continua a essere “un’assignatura pendente in molti luoghi”. Le parole del Vaticano II sulla corresponsabilità, la visione di Comboni di una Chiesa dove tutti hanno un posto, rischiano di rimanere belle intenzioni se non si traducono in prassi concrete.
Il potere delle parole
Maria Pia Dal Zovo ha portato la conversazione su un terreno apparentemente secondario ma profondamente rivelatore: il linguaggio. “Il linguaggio veicola il modo di pensare”, ha spiegato, citando la sua esperienza nell’educazione liberatrice di Paolo Freire. Non è un dettaglio chiamare qualcuno “responsabile” piuttosto che “coordinatrice”, “presidente” piuttosto che “superiora generale”. Ogni parola porta con sé un mondo, un modo di concepire l’autorità, la corresponsabilità, il servizio.
Le Missionarie Comboniane Secolari hanno operato questi cambiamenti non per moda, ma per coerenza. “La presidente è quella che presiede uno stile sinodale”, ha spiegato con un sorriso. Ma la sinodalità non si gioca solo sui termini. Si gioca nella fatica di un processo durato sei anni per rinnovare le Costituzioni, un lavoro fatto “in modalità sinodale, con i testi rivisti e mandati più volte a tutte le missionarie”. Si gioca nel discernimento quotidiano su cosa è essenziale per vivere la vocazione secolare in contesti che non sono quelli europei.
Il lievito che si mescola
Le Suore Missionarie Comboniane hanno scelto l’immagine del lievito che si mescola nella farina. “Mescolare insieme le nostre ricchezze significa lasciare la mentalità autoreferenziale”, ha spiegato Suor Alicia Vacas. E la Congregazione ha cercato di incarnare questo “mescolare” in ogni ambito: nella decisione della Direzione Generale di “partire tutte insieme per le visite alle province”, nel lavoro “a due a due nei diversi coordinamenti”, nel coinvolgimento dei consigli provinciali nel processo di riconfigurazione.
“Abbiamo voluto che questo abitasse la vita del Cenacolo, perché crediamo che il Cenacolo non è solo un luogo geografico, ma è anche una mistica che abita e anima la nostra vita”. Una mistica che si traduce in webinar, newsletter, visite alle sorelle anziane e malate “perché nulla andasse perduto”, nel Forum Giovani con una novantina di sorelle che hanno potuto portare il loro contributo all’Intercapitolo.
“Questo è un cammino di partecipazione da cui non c’è ritorno”, ha affermato con convinzione. Perché una volta che le persone sperimentano di essere davvero ascoltate, coinvolte, valorizzate, non si può più tornare a uno stile verticale e autoreferenziale.
La verità che libera
La prima parte della condivisione dei Confratelli Missionari Comboniani è stata presentata da P. David Domingues, il quale si è soffermato sulla domanda: “quali sogni….
Senza giri di parole, P. Codianni ha messo in evidenza che: “Come Consiglio Generale abbiamo fatto l’errore strategico di pensare all’internazionalità come sinonimo di interculturalità”. Ha usato un’immagine chimica: quando fai una fusione a freddo, i corpi rimangono lontani. È esattamente quello che è successo: persone di nazionalità diverse messe insieme, ma senza vera integrazione.
“Non ci dobbiamo nascondere che il nostro Istituto ha ancora un’idea eurocentrica sia dell’Istituto, sia della missione, sia delle strategie, sia delle metodologie”. La franchezza di questa affermazione ha colpito profondamente. Ma Padre Luigi Fernando non si è fermato alla diagnosi. Ha lanciato una proposta radicale: “Abbiamo lanciato la sfida di rileggere il carisma a partire dall’Africa e dall’America Latina”.
E poi è arrivata la parola che forse tutte desideravano ascoltare: riconciliazione. “Per vivere l’interculturalità abbiamo bisogno di un cammino di riconciliazione. Abbiamo molti confratelli che sono stati feriti, marginalizzati, esclusi”. Non ha girato intorno alle parole. Ha detto che alcune province “stanno correndo il rischio di implodere” perché manca “questa sana capacità di discernimento e di saperci dire le cose con franchezza”.
Ha evidenziato un dato che parla da solo: nel 2025 c’è stato il sorpasso dei confratelli africani su quelli europei. “Noi non stiamo approfittando di questo patrimonio, di questo valore aggiunto che i confratelli latinoamericani e africani stanno apportando all’Istituto. Per me questo è un peccato molto grave”.
Il cammino continua
Quando la Tavola Rotonda si è conclusa, nella sala c’era un silenzio denso. Non un silenzio vuoto, ma pieno di domande, di sfide accolte, forse anche di un po’ di disagio per la franchezza di certe affermazioni. Ma c’era anche speranza, perché finalmente erano state dette cose che troppo spesso rimangono sottotraccia.
La Famiglia Comboniana ha capito che la sinodalità e l’interculturalità non sono optional né temi da convegno. Sono questioni di sopravvivenza. O si impara davvero a camminare insieme, valorizzando ogni cultura e ogni carisma, creando spazi di vera partecipazione, avendo il coraggio di riconciliarsi con le ferite del passato, o si rischia l’implosione.
È tempo di passare dalle parole ai fatti, dal dire al fare, dalla fusione a freddo a un vero mescolarsi insieme. Perché questo è un cammino da cui non c’è ritorno.
Fonte: Tavola Rotonda della Famiglia Comboniana – Intercapitolo 2025
