La prima settimana della Conferenza delle parti sul cambiamento climatico, nota come Cop27, ha preparato il terreno per spinose decisioni attese entro il 18 novembre.
Il 12 novembre, a Sharm al Sheik la manifestazione per la giustizia climatica ha visto un migliaio di partecipanti: era costretta all’interno dei recinti della Cop, ma è stata comunque molto partecipata e si è rivolta direttamente alle centinaia di persone incaricate di portare avanti i negoziati a nome dei rispettivi 158 governi.
Sono persone che non hanno vita facile, perché i termini dei documenti vanno misurati con cura, per non concedere troppo o troppo poco.
La questione dei danni e delle perdite da compensare genera un dibattito acceso: come si misurano, chi ne ha diritto, con quali meccanismi finanziare i dovuti risarcimenti?
Domande in attesa di risposte “giuste”. Ma per chi?
Tutti i Paesi “meno sviluppati” (così li chiamano) che soffrono “eventi climatici estremi”, come inondazioni, tifoni e grave siccità, o “a lenta insorgenza”, come desertificazione e progressiva scomparsa sotto il livello di un mare che si alza, ne avrebbero diritto, ma i Paesi che più hanno contribuito all’attuale disastro climatico cercano di arginare le richieste.
Fanno notare iniziative già avviate per adattare l’economia delle popolazioni povere più colpite e promettono finanziamenti per garantire loro sicurezza alimentare e resilienza, ricorrendo anzitutto a innovazione tecnologica, digitalizzazione e “agricoltura smart”, ovvero a pratiche che avvantaggiano chi già le detiene: i Paesi così detti “sviluppati”.
Insomma, molte parole e poca sostanza.
Molto più umili e concrete sono le iniziative intraprese dalle popolazioni indigene, anche attraverso forme di cooperazione che fanno circolare conoscenze e buone pratiche: dalla più efficiente raccolta e gestione dell’acqua nelle zone semiaride dell’Africa del Nord, grazie a istituzioni accademiche che valorizzano e integrano pratiche ancestrali, alle donne del Sahel che recuperano sementi autoctone e pentole di terracotta per ridurre il consumo di legna; dai popoli nomadi che rigenerano i terreni con il “concime organico” depositato dal loro bestiame, alle organizzazioni che provvedono accesso diretto al credito anche a piccole comunità indigene che non soddisfano i criteri standard di rendicontazione.
La ciadiana Hindou Oumarou Ibrahim e molte altre donne dei cinque continenti hanno grinta per far valere il loro contributo: la collaborazione, per essere davvero efficace, non può prescindere dalle donne. Sono loro che, proprio in quei Paesi “meno sviluppati”, coltivano la terra, custodiscono semi e piante medicinali, provvedono l’acqua e cucinano il cibo.
Senza di loro, “mitigazione e adattamento”, parole chiave dell’Accordo di Parigi, rischiano di rimanere astratte.
E forse è ancora a loro che dovrebbero andare i maggiori risarcimenti per “danni e perdite” che da millenni hanno subito.
