“Viaggiavo in autobus da Addis Abeba… C’era un giovane musulmano, si chiamava Mohamed, ed era tempo di Ramadan. Lui mi offrì la colazione, un po’ di pane e una Coca-Cola che vendevano sull’autobus. E digiunò ancora più il suo digiuno. Mi toccò molto, davvero, perché nella semplicità vidi un atto di generosità e di accoglienza verso di me, che ero una straniera.”
Così racconta Laura Diaz, missionaria comboniana spagnola in Etiopia, un incontro apparentemente ordinario che rivela qualcosa di straordinario: la capacità di riconoscere la presenza di Dio attraverso la generosità dell’altro, anche quando quell’altro appartiene a una fede diversa.
L’eredità viva di Daniele Comboni
Oggi, nel giorno in cui ricordiamo la morte di San Daniele Comboni, avvenuta il 10 ottobre 1881 in Khartum, Sudan, celebriamo non solo la memoria del Fondatore, ma soprattutto la vitalità di un Carisma che continua a incarnarsi in modi sempre nuovi. Comboni sognava di “salvare l’Africa con l’Africa”, ma le sue figlie spirituali hanno capito qualcosa di ancora più profondo: lasciarsi salvare dall’incontro con l’altro.
L’analisi di 154 testimonianze di missionarie comboniane, raccolte in cinque tradizioni linguistiche, rivela una sensibilità interculturale specifica che costituisce un contributo originale alla missione universale della Chiesa. Non è semplicemente questione di “adattarsi” ad altre culture per evangelizzare meglio, ma di riconoscere nell’incontro interculturale un luogo privilegiato di rivelazione divina.
Quando i catechisti evangelizzano la missionaria
“I catechisti mi hanno davvero insegnato come trasmettere la Parola di Dio ai loro fratelli”, racconta Luzy, missionaria francese in Ciad. “Mi hanno mostrato come bisogna sapersi donare, diminuire ed essere semplici, ma allo stesso tempo autentici. I catechisti hanno davvero cambiato il mio modo di vedere la missione. Ho imparato molto da loro. Mi hanno evangelizzato.”
Questa frase – “mi hanno evangelizzato” – costituisce una piccola rivoluzione missionologica. La missionaria “inviata” ad evangelizzare riconosce di essere stata evangelizzata da coloro ai quali era stata mandata. Non è un incidente, ma una caratteristica strutturale della sensibilità interculturale comboniana: la missione è sempre bidirezionale.
La kénosis culturale: svuotarsi per accogliere
“Uno dei grandi sfide che ho vissuto in missione è stato rendermi conto che ciò che sei tu, la cultura che hai, non è assoluta, è relativa”, testimonia Prado Fernández, missionaria spagnola. “Ciò che sai, ciò che hai imparato, ciò che comprendi della vita, tutto questo è culturale ed è relativo. E altre culture hanno altri modi di guardare alla vita che possono arricchire il tuo.”
Questo svuotamento culturale – che le missionarie chiamano kénosis culturale, riprendendo il termine paolino dello svuotamento di Cristo – non significa perdere la propria identità, ma relativizzarla per aprirsi all’arricchimento che proviene dall’incontro.
“È parte della kénosis accettare la povertà e camminare con la gente”, spiega ancora Laura dall’Etiopia. “Questa è la nostra povertà: non poter capire tutto.” L’incapacità di comprendere tutto non è più un difetto da nascondere, ma un metodo: la vulnerabilità che permette di “camminare con la gente” da una posizione di umiltà condivisa.
Comunità internazionali come profezia
“Viviamo in un mondo frammentato con tanti conflitti”, osserva ancora Laura Diaz, “e noi viviamo insieme in comunità internazionali dove cerchiamo di essere testimoni del Vangelo nella nostra vita quotidiana, persone di diverse nazionalità e gruppi etnici.”
Le comunità internazionali comboniane non sono semplicemente una strategia pastorale, ma una forma di vita che è in sé stessa evangelizzazione. La vita comune interculturale diventa evangelizzazione primaria: non ciò che si dice, ma ciò che si vive insieme.
La specificità femminile dell’incontro
I testimoni rivelano un approccio distintivamente femminile all’interculturalità, caratterizzato da:
- Una logica della cura invece che della conquista
- Sensibilità alla vulnerabilità come luogo di rivelazione
- Temporalità paziente che privilegia l’ascolto sull’annuncio
- Dimensione estetica che riconosce la bellezza nella differenza
“Ho imparato a vedere la bellezza nella semplicità e la resistenza delle comunità vulnerabili”, dice Maria Gorret, missionaria ugandese. Non è solo comprensione intellettuale o solidarietà etica, ma percezione della bellezza in ciò che la cultura dominante considera semplice o marginale.
Eredità per oggi
In un mondo che costruisce muri, le donne comboniane coltivano cuori senza frontiere. In un tempo che teme lo straniero, esse imparano a riconoscere nell’altro la ricchezza di cui hanno bisogno per la propria crescita. In un’epoca che cerca sicurezze identitarie, abbracciano la kénosis culturale come cammino verso un’umanità più piena.
Come dice Lilia Navarrete, missionaria messicana che vive in Italia: “Anche noi che veniamo da altri paesi, quelli che sono considerati immigrati, non sempre veniamo per chiedere. A volte abbiamo anche tanto da dare. E non solo possiamo ricevere, ma abbiamo una ricchezza culturale e umana che possiamo condividere. Tutti insieme crescere e arricchirci.”
Questo “tutti insieme” è forse l’eredità più preziosa che le figlie di Comboni offrono al mondo contemporaneo: la dimostrazione vivente che la diversità non è una minaccia da tollerare, ma una ricchezza da coltivare. Una storia che, 144 anni dopo la morte del Fondatore, ogni giorno continua a (ri)scriversi – sempre più al plurale, nella diversità, nell’incontro.
Articolo basato sul progetto “150Sì alla Missione” – Testimonianze delle Suore Missionarie Comboniane, 2025
