“Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prende e mescola in tre misure di farina, finché non sia tutto lievitato” (Mt 13,33). Quando ascoltiamo queste parole familiari, rischiamo di perdere la loro forza originale. Eppure, proprio in questa semplice immagine domestica si nasconde una rivelazione straordinaria sul nostro carisma comboniano.
Il potere delle storie
Come Gesù sapeva bene, le storie hanno un potere che i discorsi non possiedono. Creano un mondo narrativo dove veniamo rapiti e trascinati a vedere la realtà con occhi nuovi. Le parabole non sono semplici illustrazioni di concetti astratti, ma strumenti profetici che cercano di convincerci a fermarci, riconsiderare i nostri modi e cambiare comportamento.
Gesù utilizzava la comunicazione indiretta perché, come diceva Søren Kierkegaard, “l’apprendimento è più di un’informazione”. Le persone si difendono dalla comunicazione diretta, ma una storia “trova una strada da una finestra sul retro della casa” e confronta con ciò che pensiamo sia la realtà.
La donna e il lievito
Nella parabola del lievito, Gesù ci presenta una scena domestica: una donna che impasta un’enorme quantità di pasta – tre sata di farina, sufficiente per sfamare da 100 a 150 persone. Non si tratta di una normale preparazione quotidiana, ma di qualcosa di straordinario nascosto nell’ordinario.
Il lievito madre non è il lievito di birra che conosciamo oggi. Nel mondo antico, era semplicemente pasta fermentata, una parte della pasta precedente trattenuta e preservata per far fermentare la partita successiva. Una sostanza vivente, custodita e tramandata.
Il carisma come lievito
Qui scopro una delle analogie più potenti per il nostro carisma comboniano. Come il lievito madre, il carisma è una sostanza vivente che viene trattenuta e preservata per essere usata in ogni generazione. San Daniele Comboni e il gruppo fondante lo hanno trasmesso a noi, e noi lo trasmettiamo alle generazioni future.
Joan Chittister utilizza un’immagine simile con l’usanza irlandese del grieshog: il processo di seppellire i carboni caldi nella cenere durante la notte per conservare il fuoco per il giorno successivo. Senza questo, bisognerebbe costruire un nuovo fuoco ogni mattina, perdendo tempo prezioso.
Gli Atti del Capitolo Generale 2022 sottolineano tre valori fondamentali da custodire e tramandare, che formano parte della pasta: il forte senso di Dio, il cenacolo di apostole e la passione per la missione. Questi sono il nostro “lievito madre” da preservare.
L’azione nascosta di Dio
La parabola del lievito era rivolta ai dubbi sull’annuncio di Gesù della presenza del Regno. Ciò che la gente aspettava non accadeva nel modo previsto. Allo stesso modo, oggi possiamo scoraggiarci vedendo la diminuzione numerica delle nostre comunità, pensando a un fallimento.
Ma il punto centrale della parabola non è il contrasto tra piccolo e grande – la quantità di lievito non viene nemmeno specificata. Il punto è l’inizio nascosto che porterà al completamento dell’opera di Dio. Una potenza nascosta, difficilmente percepibile, sta già operando in modo irresistibile.
La donna fa ciò che le compete: prende il lievito e lo mescola con la farina. Poi aspetta finché tutto è lievitato. L’azione divina non dipende da lei, ma lei è strumento necessario per l’inizio del processo.
Custodire l’essenziale
Come missionarie comboniane, siamo chiamate a fare del nostro meglio per custodire e tramandare il carisma, confidando che Dio è già all’opera. Bisogna essere attente a saper cogliere l’essenziale da preservare.
Il prodotto finale – il pane – prende forme diverse lungo la storia e secondo i contesti. Possiamo usare diversi tipi di farine, adattarci a culture e situazioni diverse. Ma l’essenziale che fa crescere il pane è il lievito – cioè il carisma – che non possiamo lasciare rovinare o annacquare.
Il mistero dell’incarnazione
La quotidianità di questa parabola ci rimanda al mistero dell’Incarnazione. Il nostro “fare” missionario è chiamato a essere una ricerca dell’infinito nel finito, del divino nell’umano. Le parabole vincolano il finito con l’infinito.
Nel nostro essere missione tocchiamo le realtà della vita: dolori, gioie, sogni e delusioni. Spesso anche le nostre periferie esistenziali. La sfida è saper cogliere lì la presenza di Dio all’opera e i segni del Regno.
Il significato delle azioni di Dio diventa visibile nel lavoro che una donna fa per mantenere la vita. Il pane è il simbolo della capacità di vivere. Così il nostro carisma racconta il legame tra l’azione quotidiana e il Regno di Dio.
Comunicare oggi
Osservando il metodo di comunicazione di Gesù – che parte dall’esperienza e tiene conto del contesto – ci chiediamo: quale stile di comunicazione per narrare il carisma nel XXI secolo?
Come ci ricorda la parabola degli otri nuovi: “Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi” (Lc 5,37).
Le forme di comunicazione cambiano, ma l’essenza del carisma rimane. Dobbiamo essere creative nel trovare nuovi linguaggi, nuovi “otri” per contenere il vino sempre nuovo della missione comboniana.
L’attesa fiduciosa
La donna della parabola, dopo aver mescolato il lievito, aspetta. Non può accelerare il processo, ma confida nell’azione invisibile che sta trasformando tutta la pasta. Anche noi siamo in questa fase di attesa fiduciosa.
Il Regno nel ministero di Gesù ha avuto inizio ed è all’opera, anche se in modo nascosto o imprevisto. Lo stesso vale per il nostro carisma: continua a fermentare nella Chiesa e nel mondo, spesso in modi che non percepiamo immediatamente.
La parabola del lievito ci infonde fiducia e speranza. Non è solo nel ministero di Gesù che le cose possono sembrare piccole e insignificanti eppure dare risultati enormi. Questo accade ogni giorno nella nostra missione, quando custodiamo e trasmettiamo il lievito del carisma con fedeltà e creatività.
“Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!” (Mc 4,23). Il carisma comboniano continua a fermentare, trasformando la storia dall’interno, una comunità alla volta, un cuore alla volta, finché tutto sia lievitato.
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Laura Díaz Barco, CMS
