Dialogo: la persona si realizza
La tradizione cristiana si ispira all’affermazione che “in principio era il Verbo” (Gv 1,1). La filosofia e l’antropologia della prima metà del secolo XX, alimentato dalla tradizione ebraico-cristiana, dicono invece di preferenza: “In principio era la Relazione”.
Filosofi come Martin Buber e Franz Rosenzweig descrivono l’esistenza umana non come una mònade rinchiusa su se stessa, ma come Relazione io-tu. L’uomo può avere un’autonomia, capacità di articolazione, dignità, capacità di giudizio e creatività, solo se si considera parte di una rete di relazioni. Egli può essere, nel pieno senso della parola, soltanto se può amare, udire, rispondere, pregare. In altre parole: se egli ha imparato a vivere ‛in relazione’ con il tu, con l’altro, con il mondo che lo circonda, con Dio, tutto in una ‘Esistenza dialogica’(Martin Buber). L’uomo non viene creato per tenere dei monologhi – ‘Noi siamo un dialogo’ – (Holderlin). La persona che non ha imparato ad ‘entrare in relazione’ viene definita come ‘autistica’…
Dialogo: plasmare il mondo con responsabilità
Il monologo è una strada a senso unico, il discorso o l’azione sviluppata da un unico, forse ‘totalitario’, oratore. Il dialogo è al contrario un avvenimento, che fin dall’inizio si accorge dell’altro e della realtà che sta attorno ed entra in relazione con essa.
L’essere umano, che cerca il dialogo ed è egli stesso ‛dialogo’, definisce se stesso ed il suo agire fin dall’inizio a partire dalla consapevolezza che egli non è soltanto uno che dà, ma anche sempre uno che riceve e che riesce a parlare tanto meglio e durevolmente, quanto più egli sa essere anche uno che ascolta: “Ogni discorso si basa sul dibattito che ascolta”(Wihelm von Humboldt).
Questo dibattito ha bisogno di tempo, è collocato nella storia umana; plasma la storia umana (la crescita dell’uomo, la sua formazione, la sua professione, le sue attività creatrici, la sua competenza sociale, la sua capacità di amare ed essere solidale). In questo dibattito esistenziale sta, di volta in volta, un sempre nuovo essere “L’uno per l’altro” (Levinas).
La struttura dialogica dell’essere umano si esprime, nella maniera più visibile fra tutte, nella complementarietà fra l’uomo e la donna: ambedue sono dotati della stessa dignità, cioè dotati dei medesimi diritti in modo fondamentalmente uguale, sia secondo la tradizione ebraico-cristiana che nella moderna secolare comprensione dei diritti dell’uomo.
L’unica realtà ‛essere uomo’ sarà poi raggiunta e vissuta in senso pieno, se l’uomo e la donna considerano e vivono le loro differenze come ‘complementari’ e conducenti ad un unico fine.
La stessa cosa si può dire di fronte alla pluralità delle razze, culture e religioni: tutte si trovano in una grande ‘differenza’ le une verso le altre. Questa tuttavia non è assoluta fin dall’origine.
Il dialogo del cristiano
I cristiani considereranno la loro vita come ‘comunione’ della Chiesa di Gesù Cristo e come esistenza dialogico-solidale solo se si ispireranno alla ‘relazione’ che è data in Dio
e nella sua Trinità stessa. Questa ‘unità nella differenza’ non è un frutto della speculazione individuale. Essa è un dato della Storia della Salvezza: Dio stesso entra in relazione con il mondo, con il singolo uomo, con il Popolo di Israele e con il ‘nuovo’ Israele con l’intera creazione. Non tanto con un dialogo “che suscita spavento” (Mircea Eliade), come esso sembra effettivamente risuonare in molti passi dell’Antico Testamento, ma piuttosto in azioni di liberazione, di ‘ricostruzione’ (Ger 1,10;31,4), di salvezza. Il Dio cristiano ‘si manifesta’ nella storia come Padre, Figlio e Spirito Santo. Gesù parla di Dio, parlando della sua stessa ‘relazione’ con il Padre (cf. Gv passim). Soprattutto il giovanneo ‘Dio è amore’ (1Gv 4,8) si lascia interpretare come: ‘In Dio c’è relazione = dialogo.’ In ciò si trova contemporaneamente un dato fondamentale della spiritualità cristiana: tutti sono chiamati ad assumere la loro ‘Identità’ (dignità, somiglianza con Dio, libertà, carismi, esistenza di uomo o di donna) ed a svilupparla.
Questo è però possibile soltanto nella relazione ‛con’ e ‛nel’ Dialogo con l’altro, nel riconoscimento anche della libertà di lui/di lei e nella responsabilità comune e solidale, dell’uno per l’altro e per l’intera creazione. L’Apostolo Paolo espone meglio di tutti il punto di convergenza di questo tipo di dialogo della vita, della fede e della responsabilità. “In Cristo non ci sono più Giudei e Greci, schiavi e liberi. Infatti sono una cosa sola in Cristo Gesù” (Gal 3,28).
Anna Maria Sgaramella, smc
Missionaria in Medio Oriente
