Al giorno d’oggi molti politici, operatori di pace, governanti e amministratori utilizzano la parola ‘dialogo’. Gli antichi filosofi greci hanno scritto molti dialoghi e hanno usato il dialogo come metodo di scoperta o di rivelazione della verità. Da un punto di vista religioso, oggi siamo colpiti dal fatto che capi religiosi, teologi e filosofi tentino di porre l’accento sulla necessità di dialogo. Una teologa svedese, Katrin Amell, ha scritto che il dialogo interreligioso, fra gli ambiti della chiesa cattolica è tra quelli che sono stati più sviluppati dopo il Concilio Vaticano Secondo. È iniziato un nuovo periodo di dialogo fra confessioni cristiane, varie religioni e fra i credenti e le loro società. Tuttavia, tutti questi fatti richiedono un’adeguata conoscenza di che cosa oggi si voglia significare usando la parola dialogo. Sarà bene incominciare determinando che cosa non sia dialogo. Questo ci aiuterà a comprendere il significato reale del dialogo oggi. Esaminando alcuni elementi del dialogo riusciremo a capire il reale significato del dialogo nell’ambito delle nostre attuali condizioni di vita.
Che cosa non è un dialogo
Il dialogo non è monologo: in un dialogo non ci si rivolge a se stessi. Sono necessari almeno due membri per un dialogo. Inoltre, il dialogo deve essere tenuto distinto da una conversazione o da un colloquio; il dialogo è un colloquio informale, una conversazione senza vincoli. Il dialogo non si limita a porre delle domande, poiché questo sarebbe un genere di monologo. Domande e risposte appartengono alla realtà del dialogo; sono correlate, si sfidano reciprocamente. Ecco perché un vero dialogo dovrebbe essere distinto dal metodo polemico e apologetico basato su domande e risposte, e per molti secoli chiamato dialogo da teologi e missionari. Il dialogo deve essere una sfida aperta.
Il significato del dialogo oggi
La costellazione socioculturale dei nostri tempi ha reso più aperta la comunicazione fra le confessioni cristiane, fra le varie religioni e visioni del mondo e fra le religioni e le strutture sociali. In questa situazione il dialogo non è più un lusso, ma una necessità. In un mondo di interdipendenza e di interconnessione crescenti, la mancanza di interesse reale per l’altro non è certamente l’atteggiamento né giusto né appropriato. Nella sua enciclica Redemptoris Missio (1990), Papa Giovanni Paolo II ha posto l’accento sul nuovo significato del dialogo oggi:
Questa citazione è straordinaria per parecchi motivi. Il dialogo ha i propri principi, i propri requisiti, la propria dignità: vale a dire che si regge saldamente sui propri piedi. La gente che si impegna in un dialogo non ha preoccupazioni o interessi occulti, ma procede in una spedizione esplorativa o in pellegrinaggio per scoprire la presenza dello Spirito e della Parola divina sia nei fedeli, così come nelle religioni stesse. Inoltre, per mezzo del dialogo i cristiani acquisiscono una prospettiva più profonda per la comprensione della propria identità.
In altre parole, nel dialogo entrambe le parti dovrebbero essere fedeli alla propria tradizione, dovrebbero desiderare di giungere ad un’aperta comprensione l’una dell’altra; non c’è posto per relativismo o irenismo. I membri in dialogo dovrebbero prendersi per mano e diventare pellegrini sulla strada della ricerca e dell’esperienza religiosa, sforzandosi di ottenere un reciproco arricchimento, la conversione e la purificazione .
Un incontro approfondito implica sempre uno sforzo teso a scoprire la totalità e la coesione interna dell’altro.
L’essenza dell’Islam consiste molto di più che in alcuni precetti, poiché un musulmano si vede come è voluto da Dio fin dall’inizio dell’umanità.
L’Induismo non dovrebbe essere ridotto ad abitudini e pratiche bizzarre. Il nucleo di questa religione è essenzialmente nella convinzione che gli esseri umani sono una parte dell’Assoluto, e che la loro salvezza consiste nel ritorno all’origine attraverso il cammino lungo i tre percorsi della salvezza.
L’essenza del Buddismo è consapevolezza della transitorietà di tutte le cose e la ricerca della liberazione attraverso l’illuminazione; non è certamente un genere di ateismo.
Le nuove religioni del Giappone non sono sistemi di sincretismo, ma sforzi sinceri volti a scoprire una spiritualità comune che promuova la pace e la giustizia in questo mondo.
I punti di vista delle religioni degli Africani per lungo tempo sono stati considerati barbari ma, fortunatamente, è giunto il momento in cui viene consentito loro di rivelare agli altri le loro più profonde convinzioni. Nella religiosità africana, Dio è fonte di vita e tutte le cose esistenti e le persone partecipano a quella vita, una vita che giunge attraverso gli antenati, canali della vita e custodi che fanno osservare ai viventi il giusto rispetto dei loro insegnamenti. L’essenza della spiritualità africana è il convincimento di appartenere alla comunità dei vivi e dei morti, in cui la comunicazione e l’adempimento della vita divengono realtà.
Il dialogo riguarda la scoperta dell’essenza della propria fede e di quella dell’interlocutore.
Da quanto detto, nuove intuizioni nascono: una di queste è che tutte le religioni nel loro momento supremo e nel loro principio più profondo ritengono di essere passaggi e percorsi offerti da un Essere Supremo all’umanità per ottenere la salvezza.
Le religioni sono modi di vivere
Nella prima sura del Corano, la religione rivelata al Profeta Maometto è chiamata ‘retta via’. Nella tradizione ebraica Dio ordina al Profeta Mosè di mostrare alla sua gente “la via per la quale devono camminare”(Es 18,20). Gesù è la Via ed i suoi primi seguaci furono chiamati negli Atti degli Apostoli (At 9,2) “Seguaci della Via”.
Tre vie vengono date nella religione indiana: la via della conoscenza (jnana marga, la via delle opere buone (karma marga) e la via della devozione (bhakti marga).
Buddha ha insegnato ai suoi seguaci il nobile percorso o “Otto vie della Verità”, la via dell’Antico e la Via mediana.
Nella tradizione cinese il concetto di Tao, la Via, aiuta le persone a raggiungere la più alta perfezione.
Molte culture orali in ogni continente ricercano la via degli antenati con l’intenzione di raggiungere la completezza della vita. Ciò non è privo di importanza, poiché in questo modo ci facciamo un’idea su che cosa le persone “religiose” condividano o che cosa abbiano in comune. È questo il primo frutto del dialogo.
Un altro frutto del dialogo è un cambiamento nello spiegare le differenza fra religioni.
Lungo la storia le religioni sono state messe in opposizione fra loro; oggi preferiamo scoprire che queste differenze sono forse espressioni di punti di vista parziali, che si completano a vicenda.
Anna Maria Sgaramella, smc
