Quando Sr. Selam Mehari e Sr. Yorusalem arrivarono a Kulluku, nella regione di Gash Barca, il paesaggio si stendeva marrone e infinito verso il Sudan. Semi-deserto, terra dove le piogge torrenziali lavano via il suolo prezioso e il deserto avanza inesorabilmente, anno dopo anno. Non esattamente il posto dove ti aspetteresti di trovare un ambizioso progetto di riforestazione. Eppure fu proprio lì, davanti a quella desolazione, che le due suore comboniane decisero di fare qualcosa che ai vicini sembrò completamente folle: piantare alberi. Trecento, quattrocento alberi. E non fermarsi finché ogni famiglia del villaggio non avesse il proprio frutteto.
Nel 2023, di fronte a condizioni sempre più aride e a famiglie che lottavano con raccolti falliti, le suore lanciarono “Reviving Hope, Making the Desert Bloom” – Risvegliare la Speranza, Far Fiorire il Deserto. Un progetto di quattro anni che a molti sembrò un’utopia. Infatti, cosa può crescere dove non cresce più nulla da anni? La risposta delle suore fu semplice: tutto, se c’è acqua e pazienza. E loro avevano entrambe: un pozzo e la disponibilità ad aspettare quanto necessario.
L’arma segreta del progetto furono due cisterne appena completate. Perché senza acqua, quel sogno sarebbe morto prima ancora di nascere. Ma con l’acqua, improvvisamente l’impossibile diventava possibile. Le suore non affrontarono tutto da sole. Coinvolsero i giovani del villaggio, e insieme iniziarono il lavoro spossante di preparare la terra. Arare, liberare i campi dalle pietre e dai detriti, evitare con attenzione i serpenti che si erano messi comodi tra i cespugli. Non esattamente un progetto di volontariato leggero.
Amanuel aveva diciannove anni quando le suore gli proposero di unirsi al progetto. All’inizio era scettico. “Qui non cresce niente”, disse guardando la terra secca. “I miei nonni raccontano che una volta c’erano alberi, ma è storia antica. Ora c’è solo polvere.” Sr. Selam lo guardò negli occhi e rispose: “Tuo nonno aveva ragione. C’erano alberi. E ci saranno di nuovo, se tu ci aiuti.” Qualcosa in quelle parole convinse Amanuel. Forse la certezza nella voce della suora, forse la stanchezza di vedere sua madre piangere ogni anno per il raccolto perduto. Così prese in mano la vanga e cominciò a scavare.
Il piano era ambizioso quanto semplice. Prima fase: creare una fascia verde intorno alla comunità comboniana per fermare letteralmente il deserto. Seconda fase: una volta che la gente avesse visto che era davvero possibile, dare alle famiglie gli strumenti e le conoscenze per coltivare i propri alberi da frutto. Tuttavia, questo richiedeva acqua, pazienza e il tipo di impegno a lungo termine che non sempre viene naturale in un mondo che vuole risultati immediati.
I primi mesi furono duri. Il sole picchiava implacabile, la terra sembrava rifiutare i giovani alberi, alcuni morirono nonostante tutte le cure. Amanuel pensò più di una volta di mollare. Ma Sr. Yorusalem passava ogni giorno, controllava le piantine, incoraggiava i giovani. “Un albero non cresce in un mese”, diceva. “Ci vuole tempo. Come ci vuole tempo per ricostruire la speranza.” E così continuarono ad annaffiare, a curare, ad aspettare.
Poi qualcosa cambiò. I primi germogli divennero piantine robuste. Le piantine divennero alberelli. E quell’anno, il 2024, la regione sperimentò il miglior raccolto degli ultimi anni. Non era solo merito degli alberi piantati dalle suore, certo. Ma qualcosa stava cambiando nel paesaggio, nell’aria, nella terra stessa. Il lavoro delle suore non passò inosservato: furono riconosciute per il loro impatto ambientale. Nonostante ciò, il riconoscimento più importante arrivò quando le famiglie del villaggio cominciarono a chiedere: “Come possiamo piantare anche noi?”
Amanuel oggi gestisce un piccolo vivaio insieme ad altri giovani del villaggio. Vendono piantine alle famiglie, insegnano tecniche di irrigazione, condividono quello che hanno imparato dalle suore. “Mia madre ha piantato cinque alberi da frutto nel cortile”, racconta con orgoglio. “Dice che quando daranno frutti, li venderà al mercato e potrà mandare mia sorella a scuola.” Questo è l’effetto domino che le suore avevano immaginato: non solo alberi, ma famiglie che riacquistano controllo sul proprio futuro, giovani che vedono possibilità dove prima vedevano solo polvere.
In altre parole, questo non è solo un progetto ambientale. È una lezione vivente per i giovani: loro hanno il potere di cambiare letteralmente il paesaggio in cui vivono. È la scoperta per le famiglie che la terra arida non deve restare arida per sempre. È la dimostrazione per la comunità che a volte l’atto più radicale è semplicemente rifiutarsi di accettare che le cose non possano migliorare.
In un mondo dove i cambiamenti climatici spesso sembrano travolgenti e inarrestabili, Sr. Selam e Sr. Yorusalem stanno scrivendo una storia diversa. Dimostrano che la trasformazione non richiede sempre risorse enormi o tecnologie complesse. A volte richiede solo due donne determinate, alcune piantine, e la convinzione audace che persino i deserti possano fiorire di nuovo. Comboni credeva che l’Africa fosse protagonista del proprio riscatto. A Kulluku, questo principio si traduce in alberi piantati, acqua condivisa, giovani che imparano a far crescere la vita dove sembrava impossibile.
Amanuel guarda gli alberelli che ha piantato sei mesi fa. Stanno crescendo bene, le foglie sono verdi e forti. “Mio nonno aveva ragione”, dice sorridendo. “C’erano alberi qui. E ora ci sono di nuovo.” Poi aggiunge, quasi tra sé: “Un giorno i miei figli giocheranno all’ombra di questi alberi, e non crederanno che una volta qui c’era solo deserto.” È questo il miracolo silenzioso di Kulluku: non è successo tutto in una notte, non è arrivato dal cielo, non ha richiesto tecnologie impossibili. È cresciuto lentamente, giorno dopo giorno, annaffiato dalla determinazione di chi si è rifiutato di arrendersi alla polvere.
Il deserto avanza ancora in molti luoghi dell’Eritrea. Ma a Kulluku, per la prima volta da anni, sta indietreggiando. Albero dopo albero, famiglia dopo famiglia, giovane dopo giovane. E questa, forse, è la rivoluzione più profonda: dimostrare che l’aridità non è destino, ma una sfida che può essere vinta con pazienza, acqua e la fede ostinata che la vita troverà sempre il modo di tornare.
Fonte: Articolo adattato da “We Have a Green Dream” – Blog CS-WBB
