Una scoperta che cambia tutto sul nostro essere comboniane
C’è una domanda che ogni tanto ci ferma nel mezzo delle nostre giornate: siamo noi a “fare” missione o è la missione che ci fa? La risposta che emerge dagli studi teologici del nostro Hub Mission 2025 ribalta tutto quello che credevamo di sapere: non siamo noi a portare Cristo nel mondo, è Cristo che ci porta nel suo movimento trinitario verso l’umanità.
L’amore che esce da sé
“L’amore di Dio è la fonte della missione. Dio è missione, la sua azione rivela l’amore verso l’umanità”, ci ricorda sr. Sandra Regina Amado nel primo capitolo dei nostri studi teologici. Non è solo una bella frase: significa che fin dall’Antico Testamento scopriamo un Dio che esce da sé per creare relazione.
L’incarnazione del Verbo è il culmine di questo movimento divino. “Con la sua incarnazione, il Verbo fatto carne si è unito, in un certo modo, a tutta l’umanità”. Quando Gesù ci manda dicendo “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, non ci sta dando un compito: ci sta invitando a partecipare a quello che Dio già sta facendo.
Dio protagonista, noi collaboratrici
Il teologo David Bosch, che citiamo spesso nelle nostre riflessioni, ci offre una prospettiva rivoluzionaria: “La missione è intesa come derivante dalla natura stessa di Dio, collocata nel contesto della dottrina della Trinità e non dell’ecclesiologia o della soteriologia”. Tradotto in parole semplici: non è la Chiesa che deve compiere una missione di salvezza nel mondo, è la missione del Figlio e dello Spirito attraverso il Padre che include la Chiesa.
Questo cambia tutto. Ci libera da categorie trionfalistiche e colonizzatrici. Come dice Bosch: “La missione ha origine nel cuore di Dio. Dio è una fonte di amore che invia. Questa è la fonte più profonda della missione”. Noi riconosciamo invece “una stretta relazione tra Missio Dei e missione come solidarietà con il Cristo incarnato e crocifisso”.
Il nostro posto nella danza trinitaria
Per noi comboniane, questo significa scoprire la nostra vocazione sotto una luce completamente nuova. “La vocazione comboniana collabora con la missione di Dio nel mondo”, spiega sr. Amado. Non siamo le protagoniste, siamo “anelli vivi nella Chiesa che concretizza la missione di Dio nel mondo”.
La missione diventa così il mistero di Dio che si realizza nella nostra vita quotidiana. Quando cuciniamo per i bambini della scuola, quando curiamo un malato, quando ascoltiamo una donna che piange, non stiamo semplicemente facendo del bene: stiamo partecipando al movimento stesso dell’amore trinitario.
Dall’andare ai popoli al camminare con i popoli
La dinamica trinitaria si riflette nell’evoluzione del nostro approccio missionario: da ad gentes (ai popoli) a cum gentibus (con i popoli) e inter gentes (tra i popoli). Non è semplicemente un cambiamento di metodo: rispecchia il movimento kenotico del Figlio che si svuota per farsi servo.
Questo processo ci ha insegnato che la missione non è conquista ma incontro, non è imposizione ma dialogo, non è colonizzazione ma inculturazione. È il Vangelo che si incarna sempre di nuovo in ogni cultura, in ogni contesto, in ogni cuore che si apre.
Dio che abbraccia tutto
Il teologo Jürgen Moltmann ci offre un’immagine che ci commuove sempre: “La relazione trinitaria tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo è così totalizzante che in essa tutta la creazione può trovare spazio, tempo e libertà”. Per noi comboniane, questo significa riconoscere come “Dio crea il mondo, lasciando che un mondo si formi ‘dentro di lui'”.
Non andiamo a portare Dio dove non c’è. Andiamo a riconoscere il Dio che ci ha precedute, che è già lì, che lavora nei cuori e nelle culture molto prima del nostro arrivo. È un atteggiamento di profondo rispetto e di umiltà che trasforma il nostro modo di essere presenti.
Donne del Vangelo nell’ora di Dio
Il documento della nostra congregazione conclude con un invito che ci risuona nel cuore: siamo chiamate a essere “Donne del Vangelo sulle orme di San Daniele Comboni, che fanno lievitare la pasta della Missio Dei nell’ora del tempo di Dio”.
Non è retorica. È la descrizione di quello che siamo chiamate a essere: lievito che fermenta dall’interno, presenza discreta ma trasformante, testimoni di un amore che opera nei tempi di Dio, non nei nostri.
Il pane della missione
Ogni sorella è chiamata a offrire “il pane della missione nello spazio, nel tempo e nella libertà del mondo di ogni essere umano e di ogni popolo a cui siamo inviate”. Il pane non è qualcosa che possediamo: è qualcosa che diventiamo, spezzandoci come Gesù si spezza per nutrire il mondo.
Questa prospettiva teologica non rimane nelle nostre teste ma si concretizza nella vita missionaria quotidiana. Quando prepariamo il pranzo nella comunità, quando accompagniamo una famiglia in difficoltà, quando preghiamo per la pace in un paese in guerra, stiamo offrendo il pane della missione nel movimento stesso dell’amore trinitario.
Coraggio per il futuro
Come ricordava san Daniele Comboni: “Coraggio per il presente, ma soprattutto per il futuro”. Oggi queste parole risuonano come invito a riconoscere nella missione non un’impresa nostra, ma la partecipazione al movimento stesso dell’amore trinitario che abbraccia il mondo.
È liberante sapere che non dobbiamo portare il peso della salvezza del mondo sulle nostre spalle. Il mondo è già nelle mani di Dio. Noi siamo chiamate semplicemente a lasciarci coinvolgere in questa danza d’amore che trasforma tutto quello che tocca.
La missione non è qualcosa che facciamo. È qualcosa che siamo, qualcosa che ci abita, qualcosa in cui viviamo e respiriamo come pesci nell’oceano dell’amore trinitario.
Fonte: Hub Mission 2025 – Cg.Missione – SMC






