Martirio significa testimonianza. Testimonianza di un incontro che ci ha afferrato, coinvolto e che non possiamo abbandonare, né dimenticare. È la testimonianza della luce di Cristo che ha fatto irruzione nella nostra vita e che abbiamo deciso di accogliere, amare, seguire. La testimonianza rende manifesta ciò che la fede vive e sperimentale.
Nel 150° di vita dell’istituto è importante ricordare almeno alcune esperienze di martirio, talvolta anche cruento, che le Pie Madri hanno attraversato: alla violenza e all’impotenza hanno quasi sempre risposto con la “risurrezione” del Vangelo.
È la Giornata dei Missionari Martiri, giorno di preghiera e di digiuno, come la Celebratio Passionis Domini, in cui viviamo e metabolizziamo la morte, il sacrificio, la crudeltà e la sofferenza che attanagliano questo mondo e la sua gente. Ma anche giorno di festa, di resurrezione, di assunzione della consapevolezza che l’epilogo della vita umana non è che una fase transitoria.
Molte missionarie, anche in tempi recenti, nella Repubblica democratica del Congo, in Centrafrica e in Sud Sudan hanno condiviso con la gente il terrore degli attacchi militari e dei bombardamenti.
Far memoria della loro testimonianza di vita dona fiducia per le nostre scelte di oggi. Nel 1974, Paolo VI diceva al Pontificio Consiglio per i Laici che si ascoltano più volentieri i “testimoni” che i maestri, e se si ascoltano i maestri è perché sono dei testimoni; e lo ripeteva l’anno successivo nella sua enciclica sulla missione, Evangelii nuntiandi.
