Condivisione di una persona detenuta
“Con il mio mestiere ho aiutato generazioni di bambini a camminare diritti con la schiena. Un giorno, poi, mi sono trovato a terra. È stato come se mi avessero rotto la schiena: il mio lavoro è diventato l’appiglio per una condanna infamante. Sono entrato in carcere: il carcere è entrato a casa mia. Da allora ho perso il mio nome, mi chiamano con quello del reato di cui la giustizia mi accusa. La croce che mi hanno caricato sulle spalle è pesante. Con il passare del tempo ho imparato a conviverci, a guardarla in faccia, a chiamarla per nome: passiamo notti intere a farci compagnia a vicenda. Dentro le carceri Simone di Cirene lo conoscono tutti: è il secondo nome dei volontari, delle volontarie, di chi sale questo calvario per aiutare a portare una croce; sono persone che si mettono in ascolto della coscienza”.
Testimonianza di vita
Sono a Roma da circa tre mesi e, in attesa di dare inizio ad una nuova missione, il Dio della vita, attraverso uno dei Cappellani del Carcere di Rebibbia mi ha aperto le porte dandomi la possibilità di svolgere il mio servizio in questa realtà molto forte e sfidante.
Il Signore mi ha fatto e mi fa comprendere ogni giorno che sono chiamata a stare e a portare speranza e fiducia a queste persone che spesso portano il peso della mancanza di misericordia con sé stesse e da parte di altri/e, coscienti che devono vivere un tempo di purificazione perché alle persone offese venga resa giustizia.
Il mio servizio consiste nell’ascolto e nella catechesi ai detenuti.
La logica del Vangelo mi svela la bellezza e la passione che Dio ha per ognuno/a di noi e nello stesso tempo mi spinge a donare la stessa cura, amore, speranza e dignità a tutti, perché questo dà senso all’esistenza!
Daniela Serafin,smc
Volontaria presso il carcere di Rebibbia

