“La Suora di carità nell’Africa Centrale è della stessa utilità del missionario; anzi il missionario farebbe poco senza la Suora.” Quando san Daniele Comboni scriveva queste parole nel 1800, anticipava di oltre un secolo quello che oggi la Chiesa riconosce con maggiore chiarezza: le donne sono vere protagoniste dell’evangelizzazione, non semplici assistenti.
In un’epoca in cui le religiose erano spesso considerate figure di secondo piano, Comboni aveva una visione rivoluzionaria. Infatti, come ci ricorda Sr. Laura Díaz Barco nella Regola di Vita delle Suore Comboniane, “Comboni vide la nostra missione come un vero sacerdozio che, insieme a quello ministeriale, partecipa del mistero di Cristo Sacerdote.”
Un “vero sacerdozio”: non una concessione o un ripiego, ma una partecipazione autentica al mistero di Cristo che offre salvezza a tutti. Era l’intuizione profetica di un santo che guardava oltre le categorie del suo tempo, sognando per le sue figlie spirituali un ruolo che solo oggi iniziamo a comprendere pienamente.
Tuttavia, questa visione richiede qualcosa di radicale: la kenosi missionaria, cioè lo svuotamento di sé. Le Suore Comboniane sono “chiamate ad uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo,” spiega Sr. Díaz Barco. Ma questa uscita non è solo geografica, è soprattutto interiore. “L’incontro con l’altro richiede la disponibilità a vivere il dolore di abbandonare le vie conosciute e a sperimentare il silenzio.” Questo svuotamento prepara i cuori “a nutrire un profondo senso di riverenza e di rispetto verso la ‘terra santa’ in cui ci troviamo.”
D’altronde, questo non è debolezza. È la forza che fa spazio all’Altro, che permette di toccare davvero la carne sofferente di Cristo nel popolo che si incontra. È la differenza tra arrivare con le soluzioni già pronte e arrivare con il cuore aperto ad imparare.
Nella visione comboniana, i ministeri delle suore non sono gabbie rigide ma realtà dinamiche, che si modellano sui contesti e le circostanze. La Regola di Vita lascia lo spazio prezioso della “creatività fedele”: discernimento per cercare Dio in qualsiasi situazione e flessibilità per rispondere alla sua chiamata. “I ministeri dipendono anche dalle capacità personali e dalla preparazione professionale,” sottolinea Sr. Díaz Barco. “Gesù Cristo ci ha chiamate tutte a partecipare alla missione di Dio, ma non tutte siamo state chiamate allo stesso ministero.”
Insomma, è una libertà che responsabilizza. Ogni sorella è unica nel suo contributo alla missione comune. Una può dedicarsi all’educazione, un’altra alla sanità, un’altra ancora al dialogo interreligioso o alla pastorale. Ciò che le unisce non è il “cosa” fanno, ma il “come” lo fanno: con quella kenosi che le rende testimoni credibili della tenerezza di Dio.
Questa teologia della missione trova eco nelle parole di Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium. La Chiesa evangelizzatrice deve “coinvolgersi” nella vita quotidiana degli altri, “accorciare le distanze, abbassarsi fino all’umiliazione se necessario, e assumere la vita umana.” Questo approccio risuona perfettamente con la spiritualità comboniana del “rigenerare l’Africa con l’Africa.” Non colonizzatrici spirituali, ma sorelle che camminano insieme, che si lasciano evangelizzare mentre evangelizzano. Pertanto, la missione diventa reciprocità: si riceve tanto quanto si dona, forse anche di più.
Il recente Sinodo sulla sinodalità ha riconosciuto “il ruolo preminente delle donne nella storia della salvezza.” Le Suore Comboniane, però, portano nel cuore un’intuizione ancora più antica, che integra tre dimensioni fondamentali già presenti nella Chiesa primitiva: mistica, profezia e diaconia. La contemplazione mistica che radica l’azione nella relazione con Dio. La profezia che denuncia le ingiustizie e annuncia la speranza. La diaconia che si fa servizio concreto verso gli ultimi. Queste tre dimensioni non sono separate, ma intrecciate nella vita quotidiana di ogni missionaria comboniana. Inoltre, questa triplice dimensione impedisce di cadere in due tentazioni opposte: l’attivismo senza radici spirituali e la spiritualità disincarnata che non tocca la realtà concreta della gente.
“Le Suore sono più necessarie dei missionari e sono la garanzia della missione stessa,” profetizzava Comboni. Una profezia che oggi trova compimento nelle nuove frontiere che si aprono: dai contesti di persecuzione religiosa alle periferie esistenziali delle società post-cristiane, dai drammi della migrazione forzata alle sfide della crisi ecologica. Come “donne del Vangelo,” le Suore Comboniane sono chiamate a nuove forme di presenza, sempre radicate in quella kenosi missionaria che le fa testimoni credibili. Non per sostituire nessuno, non per dimostrare nulla, ma per essere pienamente se stesse nel grande concerto della missione.
Il sogno di Comboni per le sue figlie continua a prendere forma in ogni angolo del mondo. Nelle baraccopoli di Nairobi dove Sr. Esperança accompagna madri sole. Nei villaggi remoti del Sud Sudan dove Sr. Adut forma catechiste locali. Nelle periferie di Roma dove Sr. Marta accoglie migranti. Nelle aule universitarie del Cairo dove Sr. Samira costruisce ponti di dialogo interreligioso. Ovunque, il carisma comboniano si incarna in donne che hanno scelto di svuotarsi per fare spazio. Donne che non temono le frontiere perché sanno che Cristo le ha già attraversate per primo. Donne che, come profetizzava il loro fondatore, sono davvero protagoniste dell’evangelizzazione, non perché lo rivendicano, ma perché lo vivono ogni giorno.
Il sogno di un santo del 1800 è vivo e palpitante nel 2025. E continuerà a vivere finché ci saranno donne coraggiose disposte a dire il loro “sì” a quella kenosi che genera vita.
Fonte: Hub Mission 2025 – Cg.Missione – SMC
