“Raccontare la propria storia è indispensabile per tenere viva l’identità, così come per rinsaldare l’unità della famiglia e il senso di appartenenza dei suoi membri…È un modo anche per prendere coscienza di come è stato vissuto il carisma lungo la storia, quale creatività ha sprigionato, quali difficoltà ha dovuto affrontare e come sono state superate. Si potranno scoprire incoerenze, frutto delle debolezze umane, a volte forse anche l’oblio di alcuni aspetti essenziali del carisma. Tutto è istruttivo e insieme diventa appello alla conversione. Narrare la propria storia è rendere lode a Dio e ringraziarlo per tutti i suoi doni.” (Lettera Apost. a tutti i consacrati, Papa Francesco, 2014)
Così un gruppetto delle nostre Sorelle e Confratelli comboniani hanno seguito con passione e perseveranza evangelica, fino all’estremo della prova, la prigionia mahdista. Un periodo particolarmente significativo per noi, Missionarie Comboniane.
Le nostre Sorelle, Sr. Eulalia Pesavento, Sr. Amalia Andreis, Sr. Concetta Corsi sperimentarono una forma di inaudito martirio, con un coinvolgimento misterioso nella storia di un popolo, cha ha sigillato per sempre la loro vita di donne consacrate a Dio per l’evangelizzazione. Creature docili nelle mani del Creatore, fedeli alla loro consacrazione per l’annuncio del Vangelo.
Invece, le sopravvissute passando di prova in prova tornando vive dalla grande tribulazione: Sr. Maria Caprini, Sr. Fortunata Quascé, Sr. Elisabetta Venturini e, finalmente Sr. Teresa Grigolini. Sono state tutte vittime sulla scia di un martirio incruento.
Tutte loro hanno contribuito, con la loro vita, alla realizzazione del Piano di Daniele Comboni, e alla sua profezia: “Io muoio, ma la mia opera non morirà”. Comboni già diceva di loro “Se non avessi una farragine di occupazioni, vorrei scrivervi un cenno dell’apostolato di queste Suore, vera immagine delle antiche donne del Vangelo, ..” (Scritti 3553)
Queste prime nostre missionarie, con il loro martirio, in comunione con Dio, durante la Mahdiyah, hanno gustato la morte senza vederla, sperimentando in sé stesse una lenta crocifissione sorseggiata come una morte vana, mentre offrivano il loro olocausto vivevano il significato di un Dio morto in Croce per la salvezza di tutta l’umanità.
Affidiamo a loro il giubileo del 150 anni di vita del nostro Istituto affinché intercedano per ogni comboniana al fine di ravvivare il carisma del nostro Fondatore nel cuore e nella vita di ognuna.

