Le candele accese nelle feste invernali portano luce nell’oscurità. Proprio così, sessant’anni fa, Nostra Aetate illuminò un mondo segnato dall’Olocausto e dall’odio religioso, aprendo una strada nuova tra ebrei e cristiani. Tuttavia, il Rabbino Jeremy Milgrom oggi pone una domanda scomoda: quella luce rischiara davvero il cammino, oppure si è trasformata in una fiamma decorativa che non disturba le nostre comodità?
Dal suo ufficio in Israele, circondato da tensioni che non conoscono tregua, il rabbino guarda al dialogo interreligioso con occhi diversi. Non nega i progressi compiuti, anzi li riconosce con gratitudine. Eppure, nelle sue parole pubblicate nel Bollettino InDIALOGO n. 21 delle Suore Missionarie Comboniane, risuona un’inquietudine profonda che ogni credente sincero dovrebbe accogliere senza difese.
“Quanto del dialogo interreligioso ebraico-cristiano è dedicato a preservare e promuovere insieme, a beneficio di tutta l’umanità, la giustizia sociale e il benessere morale, nonché la pace e la libertà?” scrive Milgrom. La domanda non è retorica. È un appello urgente che nasce dall’esperienza di chi vive in una terra dove religione e politica si intrecciano tragicamente, dove invocazioni divine accompagnano violenze quotidiane.
Il rabbino riconosce un merito particolare a Nostra Aetate: il coraggio di rompere con secoli di insegnamenti. Infatti, per generazioni, molti cristiani avevano creduto che tutti gli ebrei fossero eternamente maledetti per la morte di Gesù, basandosi su una lettura distorta del Vangelo di Matteo. Ci volle grande audacia per dire chiaramente che “ciò che accadde nella Sua passione non può essere imputato a tutti gli Ebrei, senza distinzione, allora viventi, né agli Ebrei di oggi.”
Nonostante questo, Milgrom si chiede se gli ebrei abbiano imparato la stessa lezione. Mentre i cristiani ripulivano la loro liturgia da espressioni antisemite, alcuni settori del giudaismo nazionalista hanno riportato in vita gli elementi più violenti della Bibbia ebraica. Il comandamento di “cancellare la memoria di Amalek” – che per secoli era stato spiritualizzato come lotta interiore contro il male – viene oggi usato da alcuni per giustificare la disumanizzazione dei palestinesi. Come scrive nel suo contributo: “Sono grato per i cinquant’anni di collaborazione spirituale con i cristiani nel dialogo, mi hanno insegnato l’umiltà, la sensibilità e la metanoia; ne avremo bisogno per ammettere ciò che ha avvelenato la nostra spiritualità.”
Marc Ellis, studioso citato da Milgrom, ha descritto con lucidità il rischio del dialogo ebraico-cristiano post-Olocausto: “I cristiani hanno sostenuto Israele come pentimento per l’antisemitismo. Poi, quando Israele è diventato più controverso con i suoi abusi sui palestinesi, i cristiani sono rimasti in silenzio.” Dunque, il dialogo è diventato un accordo tacito: i cristiani non criticano le politiche israeliane per paura di essere accusati di antisemitismo; gli ebrei non accusano i cristiani di antisemitismo finché mantengono il silenzio. È questo il dialogo che Nostra Aetate sognava?
Le parole del rabbino non risparmiano nemmeno i leader religiosi cristiani. “Sono rari i sacerdoti cristiani che alzano la voce, che portano i loro pellegrini in un campo profughi, che sostengono le pietre viventi e non si limitano a visitare le trappole per turisti”, afferma nel bollettino. L’accusa è chiara: troppo spesso il pellegrinaggio in Terra Santa diventa turismo religioso che evita accuratamente l’incontro con la sofferenza reale dei cristiani palestinesi.
Eppure, c’è anche speranza nelle parole di Milgrom. Il suo paragrafo preferito di Nostra Aetate non riguarda affatto le relazioni ebraico-cristiane, bensì quelle con l’Islam: “Questo sacro sinodo esorta tutti a dimenticare il passato e a lavorare sinceramente per la comprensione reciproca.” Per chi vive in Israele, infatti, imparare a dialogare con i vicini musulmani non è un optional accademico ma una necessità esistenziale.
Il rabbino pone inoltre un interrogativo fondamentale: le sensibilità religiose possono limitarsi a scambi teologici mentre i poveri del mondo vengono emarginati? Quando gli interessi economici occidentali continuano a dominare i paesi del terzo mondo, quando le disuguaglianze aumentano drammaticamente, il dialogo interreligioso che ignora la giustizia sociale non diventa complicità?
Questa critica risuona forte per le Suore Comboniane, chiamate dalla loro stessa vocazione a stare con i più poveri e abbandonati. San Daniele Comboni non si limitava a dialogare teologicamente: costruiva ospedali, scuole, cercava modi concreti per alleviare la sofferenza. Il suo era un dialogo che si faceva pane condiviso, cura delle ferite, dignità restituita.
Milgrom non rifiuta il dialogo interreligioso. Al contrario, lo desidera profondamente. Tuttavia, vuole un dialogo che non sia semplice conversazione educata tra élite religiose che si incontrano in sale conferenze confortevoli. Vuole un dialogo che osi entrare nei campi profughi, che ascolti il pianto delle madri che hanno perso i figli, che metta in discussione le narrazioni nazionaliste che usano Dio per giustificare l’ingiustizia.
Cioè, il dialogo deve avere il coraggio di dire la verità, anche quando questa verità disturba. Anche quando rischia di essere fraintesa come ostilità. Perché il vero amore non è quello che tace di fronte al male per non turbare l’armonia superficiale. È quello che, con rispetto ma con fermezza, chiama per nome l’ingiustizia ovunque la veda.
Il rabbino conclude con un’immagine potente: “Porre fine alla triste saga delle dispute interreligiose è di grande importanza… ancora di più ai nostri tempi.” Non basta smettere di combatterci teologicamente. Bisogna lavorare insieme per la giustizia, per la pace autentica che non può esistere senza equità.
La testimonianza di Milgrom è scomoda. Non offre risposte facili né celebrazioni autocompiacenti. Anzi, disturba, interroga, provoca. Eppure, forse è proprio questo tipo di dialogo che Nostra Aetate aveva in mente: non un’armonia superficiale che evita i conflitti, ma un incontro autentico che osa affrontare le contraddizioni più profonde.
Per le Suore Comboniane che operano in contesti di conflitto, questa voce profetica rappresenta una chiamata. Una chiamata a non accontentarsi di dialoghi che restano in superficie, a non temere di essere voci profetiche che denunciano l’ingiustizia anche quando questa proviene da chi si dichiara credente. Una chiamata a ricordare che il Regno di Dio non si costruisce con belle parole nei documenti ufficiali, ma con scelte concrete che mettono al centro gli ultimi, i dimenticati, coloro i cui nomi non compaiono mai nei comunicati stampa.
La luce che Nostra Aetate ha acceso sessant’anni fa continua a brillare. Tuttavia, come insegna il rabbino Milgrom, quella luce deve illuminare anche gli angoli più oscuri delle nostre contraddizioni. Solo così il dialogo diventa davvero trasformazione.
Fonte: Bollettino InDIALOGO n. 21 – Gennaio-Febbraio 2026, Provincia AO, Suore Missionarie Comboniane. Contributo del Rabbino Jeremy Milgrom: “‘La Luce’ di Nostra Aetate dalla prospettiva Ebraica”.
