Quando una missionaria o missionario arriva in un nuovo paese, in una cultura diversa dalla propria, si trova sempre davanti alla stessa domanda fondamentale: chi è il Dio che annuncio? Questa domanda, apparentemente semplice, è esattamente quella che 1700 anni fa spinse trecento vescovi a riunirsi a Nicea, nell’attuale Turchia. Infatti, ciò che si decise in quel concilio del 325 non fu una questione teorica per teologi, ma il cuore stesso dell’annuncio missionario che ancora oggi trasforma i popoli.
La crisi era scoppiata ad Alessandria d’Egitto, città cosmopolita e crocevia di culture diverse. Un prete di nome Ario aveva cominciato a insegnare che il Figlio di Dio era stato creato dal nulla, che c’era stato un tempo in cui non esisteva. Secondo lui, il Figlio era sì la prima e più perfetta delle creature, ma pur sempre una creatura. Pertanto, tra il Padre e il Figlio esisteva una distanza incolmabile: da una parte il Dio eterno e inconoscibile, dall’altra un essere intermedio che faceva da ponte verso il mondo creato.
Il vescovo Alessandro e poi Atanasio compresero immediatamente le conseguenze devastanti di questa dottrina per la missione della Chiesa. Se Cristo è una creatura, come può salvarci? Come può renderci partecipi della vita divina? Sarebbe come pretendere che un uomo, per quanto santo, possa da solo divinizzare l’intera umanità. Impossibile. L’annuncio cristiano perderebbe tutta la sua forza trasformatrice.
Atanasio, che difenderà la fede di Nicea per tutta la vita – pagando con l’esilio per ben cinque volte – spiegava con chiarezza missionaria: dobbiamo contemplare il Figlio nel Padre e il Padre nel Figlio. Cioè, Gesù Cristo non è un intermediario che ci porta informazioni su un Dio lontano, ma è la rivelazione piena del Padre. Chi vede lui, vede il Padre. Dunque, in Cristo incontriamo veramente Dio, non un suo rappresentante.
Questa verità ha conseguenze immediate per chi evangelizza. Infatti, l’annuncio cristiano non propone una nuova filosofia o una morale più elevata, ma un incontro personale con il Dio vivente che si è fatto carne. Pertanto, la missione non consiste nel trasmettere concetti astratti, ma nel testimoniare una relazione viva con Cristo che trasforma l’esistenza.
L’imperatore Costantino, dopo aver concesso la libertà religiosa ai cristiani con l’Editto di Milano del 313, convocò i vescovi a Nicea. Era la prima volta nella storia che la Chiesa poteva riunirsi pubblicamente, senza timore di persecuzioni. Circa trecento vescovi giunsero da ogni angolo dell’Impero: dall’Africa del Nord, dall’Asia Minore, dalla Siria, dalla Spagna, dalla Gallia. Molti portavano ancora sul corpo i segni delle torture subite.
Questo dato è già in sé missionario: la Chiesa si riunisce come assemblea universale, dove tutte le culture e le lingue si incontrano per professare insieme la stessa fede. Non una chiesa locale che impone la sua visione, ma un vero “concilio ecumenico” dove lo Spirito Santo guida la comunione nella verità. Dunque, fin dall’inizio, l’ortodossia cristiana ha una dimensione cattolica, cioè universale e missionaria.
Si riunirono nella basilica del palazzo imperiale di Nicea, un edificio civile che divenne così il luogo dove si professò il Credo. Questo particolare, scoperto grazie agli scavi archeologici della basilica sommersa nel lago Iznik, rivela qualcosa di importante: la fede cristiana non si separa dal mondo, ma lo permea dall’interno. La Chiesa non è una setta che si ritira dal mondo, ma un fermento che trasforma la storia umana.
Oggi, a distanza di diciassette secoli, quella basilica sepolta dalle acque del lago continua a parlare. Proprio in occasione della recente commemorazione dei 1700 anni del Concilio, celebrata a Iznik nel novembre 2025, Papa Leone XIV ha proposto un “viaggio spirituale” che dalle rive di quel lago conduca al Giubileo della Redenzione del 2033 a Gerusalemme. Secondo il motto episcopale del Pontefice – “In Illo Uno Unum” – si tratta di un cammino verso la piena unità dei cristiani, un ritorno simbolico al Cenacolo, luogo dell’Ultima Cena e della Pentecoste. Dunque, Nicea e Gerusalemme si illuminano a vicenda: a Nicea si proclamò chi è il Figlio consustanziale al Padre, a Gerusalemme quel Figlio offrì la sua vita per la salvezza del mondo.
Il simbolo niceno proclamò con forza: il Figlio è “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre”. Quella parola greca, homoousios (“consustanziale”), divenne decisiva. Con essa i Padri affermavano che il Figlio non è inferiore al Padre, non è una creatura per quanto eccelsa, ma è veramente Dio, della stessa identica natura divina.
Tuttavia, proprio quella parola generò nuove incomprensioni. Alcuni vescovi orientali, pur volendo rimanere fedeli alla tradizione apostolica, temevano che il termine homoousios potesse essere frainteso. Infatti, pensavano che potesse cancellare la distinzione reale tra Padre e Figlio, come se fossero due nomi per indicare lo stesso soggetto. Pertanto, proposero un termine alternativo: homoiousios (“di sostanza simile”).
Fu Ilario di Poitiers, vescovo della Gallia esiliato in Oriente, a svolgere un ruolo di ponte tra le due sensibilità. Egli comprese che dietro le diverse formulazioni c’era spesso la stessa fede, solo espressa con preoccupazioni diverse. Dunque, invece di condannare e dividere, invitò ciascuna parte a riconoscere i limiti del proprio linguaggio e ad accogliere la ricchezza della prospettiva altrui.
Questa lezione di Ilario è profondamente missionaria. Quando la Chiesa annuncia il Vangelo in culture diverse, deve saper ascoltare come ciascuna cultura può esprimere la fede in modo nuovo e autentico. Infatti, come scriveva il Catechismo della Chiesa Cattolica, “la nostra fede è una fede ricevuta e quel ‘noi crediamo’ è fondamentale per poter dire ragionevolmente ‘io credo'”. Cioè, nessuno crede da solo, ma sempre dentro una comunità che trasmette la fede attraverso le generazioni e le culture.
I Padri Cappadoci – Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa – portarono la riflessione a compimento nel corso del IV secolo. Essi chiarirono che in Dio c’è una sola sostanza (ousia) ma tre persone (hypostaseis), e che ciò che distingue le persone divine non è una differenza di natura, ma di relazione: il Padre genera, il Figlio è generato, lo Spirito procede.
Gregorio di Nazianzo spiegava con precisione: “‘Essere ingenerato’, ‘essere stato generato’ e ‘procedere’ si riferiscono rispettivamente al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, perché si mantenga la distinzione delle tre ipostasi nell’unica natura e nell’unica dignità della divinità”. Pertanto, l’identità divina è relazione, comunione, dono reciproco. Dio non è un monarca solitario, ma una famiglia d’amore.
Questa rivelazione ha conseguenze rivoluzionarie per l’antropologia missionaria. Infatti, se Dio è comunione di persone, allora l’uomo fatto a sua immagine è fatto per la relazione, non per l’autosufficienza. La perfezione umana non sta nell’autonomia assoluta, ma nella capacità di ricevere e donare amore. Dunque, evangelizzare significa liberare questa capacità relazionale che è già inscritta nel cuore di ogni persona.
Il Concilio di Costantinopoli del 381 completò l’opera di Nicea, definendo con chiarezza la divinità dello Spirito Santo: “Signore e datore di vita, che procede dal Padre, e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato”. Non due ma tre persone divine, un’unica sostanza, una comunione perfetta d’amore. Inoltre, come sottolineava Gregorio di Nissa, lo Spirito ha un ruolo specifico nell’origine: viene dal Padre attraverso il Figlio, mantenendo così l’ordine delle relazioni trinitarie.
Basilio il Grande aveva spiegato che lo Spirito Santo è presentato insieme a Dio Padre e al Figlio, perché completa la Trinità beata. Cioè, la divinizzazione dell’uomo avviene attraverso lo Spirito Santo che ci rende partecipi della vita trinitaria. Pertanto, la missione della Chiesa non è solo annunciare Cristo, ma introdurre nell’esperienza della Trinità attraverso i sacramenti, specialmente il Battesimo che ci immerge nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La mostra “Luce da Luce”, realizzata dalla Pontificia Università della Santa Croce per il Meeting di Rimini, rivela come dietro le complesse discussioni teologiche del IV secolo ci fosse una questione vitale per la missione: quale immagine di Dio annunciamo? Se annunciamo un Dio-despota solitario, genereremo paura e sottomissione oppure indifferenza. Se invece annunciamo il Dio Trinità, comunione d’amore, libereremo la capacità di ogni persona di entrare in relazione autentica con Dio e con gli altri.
Come scriveva Joseph Ratzinger nella sua “Introduzione al cristianesimo”, “la dottrina concernente la Trinità non potrà mai vantare il diritto di essere una comprensione acquisita di Dio. Sarà invece sempre un asserto-limite, un gesto indicatore che addita l’ineffabile”. Dunque, quando la Chiesa definisce dogmaticamente la fede, non pretende di comprendere il mistero, ma di custodire l’autenticità dell’incontro con Dio che salva.
La tradizione origeniana, con tutti i suoi limiti e ambiguità che porteranno alle discussioni successive, aveva comunque intuito qualcosa di essenziale: il Dio cristiano è Amore. Come scriveva Origene nel suo Commentario al Cantico dei Cantici, il Sommo Bene dei platonici era un Dio buono ma non era carità, mentre il Dio Padre della fede cristiana è bontà di un Dio che ama, perché è Amore.
Questa scoperta ha trasformato la storia dell’umanità. Infatti, nelle religioni e filosofie antiche, Dio era oggetto d’amore ma non soggetto amante. Il dio di Aristotele muoveva il mondo perché attirava tutto a sé come Bene supremo, ma lui stesso non amava nessuno. Invece il Dio cristiano ama per primo: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1 Gv 4,7-8).
Pertanto, la missione cristiana non parte dalla bontà o capacità dei missionari, ma dall’amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. Come dice il Vangelo di Giovanni, “Dio nessuno l’ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Il Figlio che eternamente riposa nel seno del Padre (eis ton kolpon) è colui che ce lo fa conoscere. Dunque, conoscere Cristo è conoscere il Padre, entrare nella comunione trinitaria.
Il mistero della Trinità rivela anche il mistero dell’uomo. Come afferma la Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, “in realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione”.
Ecco dunque il cuore della missione cristiana: annunciare Cristo significa rivelare all’uomo chi è veramente. Non solo chi è Dio, ma anche chi è l’uomo stesso. Infatti, l’uomo è fatto a immagine del Dio-Trinità, quindi è fatto per la comunione, per il dono di sé, per la relazione d’amore. Pertanto, evangelizzare non è imporre dall’esterno qualcosa di estraneo, ma risvegliare ciò che è già iscritto nel profondo del cuore umano.
Le pietre sommerse della basilica di Nicea, riemerse dalle acque del lago Iznik dopo secoli, sono un segno eloquente. La fede attraversa i tempi, resiste alle tempeste della storia, e riemerge sempre più luminosa quando sembra dimenticata. Cioè, proprio quando la verità sembra sepolta dalle acque dell’oblio o della confusione, lo Spirito Santo la fa risorgere con forza nuova per illuminare le generazioni presenti.
Oggi, a 1700 anni da Nicea, la missione della Chiesa continua ad annunciare lo stesso mistero: il Figlio è “Luce da Luce”, generato non creato, per mezzo del quale tutte le cose sono state create. E questa Luce continua a brillare nelle tenebre, trasformando i cuori e rigenerando i popoli. Infatti, come insegnava San Daniele Comboni, la rigenerazione dell’Africa – e di ogni popolo – avviene quando si incontra Cristo, Luce del mondo, che rivela il vero volto di Dio e il vero volto dell’uomo.
Fonte:
“Luce da Luce – Nicea 1700 anni dopo” – Mostra realizzata dalla Pontificia Università della Santa Croce e Associazione Patres per il Meeting di Rimini 2025
