Quando Mercy arriva alla capanna di Grace alle prime luci dell’alba, porta con sé una borsa semplice: garze, disinfettante, un termometro, qualche medicina di base. Ma soprattutto porta qualcosa che non si può pesare: la certezza che quel bambino malnutrito può farcela. Grace, la madre, l’accoglie con sollievo. “Non so cosa fare”, sussurra indicando il piccolo di due anni che piange debolmente. Mercy si inginocchia accanto al bambino, lo visita con cura, spiega alla madre come preparare il porridge arricchito, quando tornare al centro sanitario. Parla in silozi, la lingua locale, traducendo quello che il medico ha detto in inglese. Infatti, senza di lei, molte madri come Grace non capirebbero le prescrizioni mediche e i bambini continuerebbero a deperire.
Mercy fa parte delle “Promotoras de salud”, un gruppo di donne che da anni opera nella zona di Kandee, nella regione di Mongu, in Zambia. Sono donne con una formazione a volte molto semplice, ma che hanno imparato ad accompagnare i casi più difficili: bambini malnutriti, madri in gravidanza a rischio, malati cronici senza accesso regolare alle cure. Sr. Sonia de Jesús García, che coordina il gruppo, le osserva lavorare con ammirazione crescente. “Hanno davvero imparato a prendersi cura dei bebè e delle madri incinte”, racconta. “I loro consigli sono pertinenti e saggi. Questo gruppo di donne è uno dei risultati più belli della missione in questa zona.”
Tuttavia, c’è qualcosa che rende questo gruppo ancora più speciale: nessuna di queste donne è cattolica. Mercy è battista, Elizabeth appartiene alla Chiesa Avventista, Charity fa parte della New Apostolic Church. Eppure tutte lavorano insieme, coordinate da Sr. Sonia che le rappresenta in nome della Chiesa cattolica, con il permesso del vescovo, del parroco e della superiora provinciale. È un’esperienza di collaborazione ecumenica che nasce non da documenti teologici o accordi ufficiali, ma dal bisogno concreto di salvare vite.
Un giorno, durante uno degli incontri settimanali del gruppo, una delle promotoras ha fatto un’osservazione che ha colpito profondamente Sr. Sonia. “La Chiesa cattolica è davvero diversa”, ha detto guardando le compagne. “Nelle nostre chiese ci limitiamo ad andare al culto, preghiamo, cantiamo, ma non ci occupiamo di questi altri aspetti, di aiutare chi ha bisogno.” Le altre hanno annuito in silenzio. Era una riflessione spontanea, non sollecitata, che nasceva dall’esperienza quotidiana di vedersi riunite attorno a un obiettivo comune: la cura dei più fragili.
Quella riflessione ha fatto pensare Sr. Sonia. In un contesto dove spesso le divisioni religiose creano barriere, questo gruppo ecumenico dimostra che la cura delle persone può unire oltre ogni confine confessionale. “Essendo un gruppo interreligioso, la gente ci vede da un’altra prospettiva”, spiega. “Intuiscono che dietro tutto quello che facciamo c’è Dio, certamente, ma attraverso la cura delle persone. Essere un gruppo con queste caratteristiche è un modo di testimoniare l’unità nella diversità, è un modo di evangelizzare.”
Nonostante le differenze teologiche, queste donne hanno scoperto un linguaggio comune: quello della compassione. Quando Mercy entra nella capanna di una madre spaventata, non importa se è battista o cattolica; importa che sappia come salvare quel bambino. Quando Elizabeth traduce le istruzioni mediche dal misterioso inglese al silozi comprensibile, non conta a quale chiesa appartiene; conta che la madre capisca come curare suo figlio. Questo è il nucleo della missione comboniana: “fare causa comune”, come diceva San Daniele Comboni, dare alle persone del luogo gli strumenti per diventare protagoniste della propria salvezza.
La comunità comboniana di Kandee è composta da quattro suore, ognuna con una responsabilità specifica: una si occupa della pastorale generale, un’altra dei contadini, un’altra dell’educazione, Sr. Sonia della salute. Visitano insieme le famiglie, condividono le situazioni che incontrano, intervengono in modo coordinato. “È molto bello perché è un lavoro di squadra, non siamo isole isolate”, sottolinea Sr. Sonia. “Ci sosteniamo e ci sorregge la nostra fede in Gesù.” Questa interconnessione permette di affrontare i problemi in modo integrale: se una famiglia ha un bambino malnutrito, forse ha anche bisogno di semi migliori per il campo o di supporto educativo per i figli più grandi.
Grace, la madre che Mercy ha visitato quella mattina, ora sa come preparare il cibo per suo figlio. In poche settimane il bambino ha ripreso peso, il pianto si è fatto più forte, lo sguardo più vivace. Quando Mercy torna per il controllo, Grace la accoglie con un sorriso largo. “Grazie”, dice semplicemente. E Mercy risponde: “È Dio che guarisce, io sono solo le sue mani.” Parole semplici che racchiudono una teologia profonda: Dio lavora attraverso le persone disponibili, qualunque sia la chiesa a cui appartengono.
In fondo, quello che sta accadendo a Kandee è una piccola rivoluzione silenziosa. Le Promotoras de salud dimostrano che la fede non divide quando si mette al servizio della vita. Le differenze dottrinali esistono e vengono rispettate, ma non impediscono a queste donne di lavorare fianco a fianco, animate dallo stesso desiderio: che nessun bambino muoia di malnutrizione, che nessuna madre rimanga sola davanti alla malattia. E così, in una zona remota dello Zambia, l’ecumenismo non è un concetto astratto discusso in convegni teologici, ma una realtà concreta che si vive ogni giorno, capanna dopo capanna, vita dopo vita.
Sr. Sonia riassume tutto con le parole del fondatore: “Il nostro compito è servire e accompagnare.” E quando il servizio è autentico, le barriere cadono da sole. Perché davanti a un bambino che ha fame, davanti a una madre che cerca aiuto, non ci sono più battisti o cattolici, avventisti o anglicani. Ci sono solo mani che curano e cuori che amano. E questo, forse, è il vero significato di fare missione insieme.
Fonte:Articolo adattato da “Servir y acompañar” – Blog CS-WBB
