Il mattino successivo al mio arrivo nella missione di Haro Wato, nel Sud dell’Etiopia, ho incontrato una bambina. Stava seduta su una panca, fuori dall’ambulatorio della Medium Clinic gestita dalle sorelle comboniane. Le ho chiesto se potessi sedermi accanto a lei, ha fatto cenno di sì. Così le ho preso la mano. La mia, calda e ricolma di speranze e sogni realizzabili, racchiudeva la sua: magra come la fame, fredda perché spenta e priva di concrete possibilità per il futuro. Infatti, non solo la povertà, ma anche la malattia hanno segnato la sua vita fin dall’inizio.
Lo scorso primo dicembre si è tenuta la giornata mondiale contro l’AIDS. In Etiopia circa 620 000 persone hanno contratto l’HIV: 44 000 di queste sono bambine e bambini fra 0 e 14 anni. L’HIV in Etiopia, statisticamente, colpisce con più incidenza le donne, rispetto agli uomini.
Grazie all’impegno di professionisti/e e volontari/e e soprattutto attraverso la decisione di sospendere i brevetti dei farmaci utili a limitare l’emergenza, i numeri della pandemia sono calati.
A ciò, ad Haro Wato, si aggiunge la cura delle suore comboniane: nella clinica si è attuato un programma di monitoraggio del virus, di modo tale che le persone che lo contraggono possano tenere la loro salute sotto controllo.
Parlare di HIV e AIDS significa, spesso, portarsi dietro molti pregiudizi. Significa criticare le scelte di comportamento di una persona.
La bambina che ho conosciuto ha avuto il destino segnato da quando era ancora nella pancia della sua mamma, a sua volta sieropositiva. La prevenzione in certi luoghi in cui l’accesso all’acqua (e quindi all’igiene) è difficoltoso, unitamente ad un sistema sanitario spesso carente, diviene davvero ardua.
Eppure le sorelle comboniane, con il loro operato, ci dimostrano che provare ad accogliere i bisogni delle altre persone è sempre possibile: dare sostegno e un poco di speranza è a costo zero e può portare al compimento di piccoli passi che fanno riaccendere un po’ di luce sul volto di persone che, fino ad allora, si sentivano condannate ed emarginate.
La voce di quella bambina mi accompagna ancora: “Nagaa, Maqaankee eenyu?”
Ciao, come ti chiami?
(dati da UNAIDS, 2020)
Alessia Floriani,
Volontaria I. SMC
