“Ecco, ho detto qui, svanisce tutto il mio sogno.” Suor Enrica Galimberti ricorda ancora quel momento di smarrimento quando, arrivata in Uganda nel 1963, si è ritrovata in sala operatoria invece che a insegnare le preghiere ai bambini come aveva sempre immaginato. Sessant’anni dopo, quella che sembrava una delusione si è rivelata una delle più belle testimonianze di come Dio sappia trasformare i nostri progetti in capolavori di servizio.
Il sogno che cambia forma
Quando era entrata in congregazione, Suor Enrica aveva le idee chiare: “Pensavo, come tutti i missionari, di andare in missione e portare il Vangelo alla gente, specialmente i bambini. Avevo in mente i bambini, per insegnare le preghiere, le prime parole che loro potevano dire pregando, facili, facili.”
Il cinema aveva alimentato il suo entusiasmo missionario. Dopo aver visto il film “Molokai” sulla vita di Padre Damiano tra i lebbrosi, aveva addirittura chiesto di essere inviata in uno dei due lebbrosari dell’Uganda. “Mi sarebbe piaciuto anche andare in un leprosario”, confessa con la semplicità di chi ha sempre seguito il cuore.
Invece il Signore aveva altri piani. Dopo il corso di infermiera, si è ritrovata nell’ospedale della missione di Kalongo, sotto la guida di Padre Giuseppe Ambrosoli, oggi venerato come beato. Un uomo che avrebbe cambiato per sempre la sua comprensione della missione.
Il santuario della sofferenza
Il primo impatto con l’Africa è stato… culinario. “La prima sera che ero arrivata, dopo un lungo viaggio, lì che mi ha fatto l’impressione erano tutte queste cose che volavano… le formiche volanti.” E quando ha scoperto che erano destinate alla cena, il suo primo pensiero è stato: *”Mamma mia, ho detto, adesso devo mangiare le formiche volanti.”* Ma con quella disponibilità che caratterizza i veri missionari, ha deciso: *”Se le mangiano loro, le posso mangiare anch’io.”*
Ben presto però si è trovata di fronte a una crisi vocazionale più seria. Destinata alla sala operatoria, sembrava che tutti i suoi sogni di evangelizzazione diretta fossero svaniti. È stato allora che un padre comboniano, durante un ritiro, le ha offerto una prospettiva rivoluzionaria: “Quando tu sei in sala operatoria, che ti vesti al mattino, ti metti il camice, i guanti, la mascherina, tutto quello che ci vuole, tu pensa di essere come il prete in sacristia, che si veste per andare a celebrare la messa. Ecco, quello che fai tu è celebrare la messa.”
Quelle parole hanno illuminato la sua vita: “Non puoi andare fuori a praticare il Vangelo, ma salvi i corpi. Le anime senza il corpo non sono niente, non esistono. Per cui tu cura il corpo.” Una teologia incarnata che trasformava ogni intervento chirurgico in un atto di adorazione.
La scuola di Ambrosoli
Lavorare accanto al futuro beato è stata un’esperienza formativa unica. “A dire la verità era molto esigente, molto. Se fuori con gli altri parlava, rideva, scherzava, la sala operatoria diceva che era il suo santuario.” Ambrosoli aveva stabilito una regola ferrea: prima di ogni operazione si faceva il segno della croce e durante l’intervento regnava il silenzio più assoluto.
“Serietà sul lavoro, ecco. Da lui ho imparato anche diverse cose perché era un uomo di preghiera, un uomo che aiutava molto gli altri e tante operazioni le faceva proprio con l’intenzione di salvare la persona.” In quella sala operatoria, Suor Enrica ha compreso che la competenza professionale e la fede non solo potevano convivere, ma si rafforzavano a vicenda.
Il miracolo di Natale
Tra i ricordi più cari di Suor Enrica c’è quello di una vigilia di Natale che sembrava uscita da un presepe vivente. Come da tradizione, tutto il personale dell’ospedale girava per le camere cantando canti natalizi, portando gioia ai malati. *”Eravamo in tanti perché c’erano gli studenti che c’erano lì di ostetricia e tutto il personale che lavorava lì.”*
Improvvisamente, il portiere ha iniziato a gridare e chiamare aiuto. *”È arrivato un uomo in bicicletta con la moglie seduta dietro e il bambino in braccio e il cordone umbilicale ancora attaccato.”* La corsa per portare la donna in maternità, l’assistenza immediata, e poi la gioia: un maschietto nato proprio il giorno di Natale, che non poteva che chiamarsi “Natale”.
Il giorno dopo, durante la messa nella cappella dell’ospedale, Padre Ambrosoli ha dato il permesso di portare il bambino perché tutti potessero vederlo. *”Tutti lì a guardare sto bambino. Ambrosoli le ha dato la benedizione e poi l’hanno riportato dalla mamma.”* In quella scena c’è tutta la bellezza di una missione che sa celebrare la vita come dono di Dio.
## L’eredità di una chiamata trasformata
La storia di Suor Enrica ci insegna che la fedeltà alla vocazione non significa necessariamente realizzare i nostri progetti iniziali, ma lasciarsi plasmare dalla Provvidenza. Come San Daniele Comboni, che aveva intuito l’importanza di “salvare l’Africa con l’Africa”, anche lei ha compreso che salvare i corpi è preparare il terreno per l’annuncio del Vangelo.
Oggi, a 84 anni e con sessant’anni di professione religiosa, Suor Enrica può dire con serenità che il suo sogno non è svanito, ma si è trasformato in qualcosa di più grande. Ogni vita salvata in quella sala operatoria è stata una preghiera vivente, ogni gesto di cura un atto d’amore che parlava di Dio senza bisogno di parole.
La sua testimonianza ci ricorda che nella logica del Regno, niente va perduto: anche i sogni apparentemente infranti possono diventare strumenti di salvezza nelle mani di chi sa affidarsi al mistero di una chiamata che sempre ci supera e ci trasforma.
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Fonte: Testimonianza di Suor Enrica Galimberti, raccolta da Antonella Cattaneo, smc
