Ci sono viaggi che partono da una domanda senza risposta. Sofia, giovane romana di ventitré anni, si è messa in cammino verso l’Etiopia nell’agosto 2025 con una valigia piena di pacchi e un cuore colmo di interrogativi: perché l’Africa? Perché proprio quella terra aveva acceso in Daniele Comboni un fuoco così ardente da consumargli l’intera esistenza?
La risposta, come spesso accade, non stava nei libri né nelle preparazioni teoriche degli incontri pre-partenza. Stava invece nelle strade affollate di Addis Abeba, negli sguardi curiosi dei passanti che la chiamavano ferenji – “bianca” – e soprattutto nelle mattinate trascorse allo shelter Emmaus, dove bambine e ragazze vittime di abusi cercavano di ricostruire la propria dignità.
Infatti, è proprio lì che Sofia ha scoperto qualcosa di inatteso. Mentre organizzava giochi, inventava attività, cercava modi sempre nuovi per far sorridere quelle piccole ospiti segnate dalla violenza, si accorgeva che l’energia non le mancava mai. Anzi, più donava tempo e attenzione a ciascuna di loro, più sentiva crescere dentro di sé una forza incontenibile. “Desideravo che ognuna si sentisse speciale, ascoltata, guardata”, racconta. “Volevo che conoscessero un amore grande, delicato, valorizzante – quello del Signore – così diverso dalle brutalità subite”.
Le bambine dello shelter non hanno chiesto a Sofia di salvarle. Le hanno semplicemente accolto nel loro spazio, hanno giocato con lei, hanno riso insieme. Eppure, attraverso quegli incontri quotidiani, qualcosa si è trasformato. Non solo in loro, ma soprattutto in Sofia stessa. “Con loro sentivo di non voler tenere più niente di me per me”, confessa. “Era come un incendio, come uno straripamento: anche se avessi voluto, non avrei potuto contenerlo”.
D’altronde, l’Etiopia non è stata solo lo shelter. È stata anche la scoperta di un popolo che, nonostante la situazione critica del Paese, custodisce una ricchezza profonda: la fede in un Dio che ascolta. Le chiese stracolme e festanti hanno mostrato a Sofia una dimensione di gioia che non immaginava possibile in mezzo a tanta precarietà. La vita è essenziale, a tratti durissima, eppure piena di significato. I sorrisi larghi e luminosi dei passanti, gli sguardi intensi, l’accoglienza spontanea: tutto questo ha “suonato le corde del suo cuore come solo un abissino saprebbe suonare un krar”, lo strumento tradizionale etiope.
Sofia ha svolto anche altre attività durante il suo mese di missione: ha guidato un workshop sulla comunicazione strategica per Talitha Kum, l’organizzazione internazionale che contrasta il traffico di esseri umani, e ne ha curato gli aspetti tecnici. Tuttavia, ciò che davvero ha segnato la sua esperienza non sono state le competenze messe a disposizione, ma l’incontro vero con persone vere.
Certo, il viaggio ha avuto i suoi limiti. Le guerre, le condizioni socio-politiche instabili, la stagione delle piogge hanno ristretto la libertà di movimento. Sofia si è spostata da una fraternità comboniana all’altra, da un compound all’altro, vedendo solo frammenti di un Paese vastissimo. Eppure, anche in quei frammenti, ha colto contraddizioni, ombre, linee grigie che parlano di una realtà complessa. Non tutto è stato facile, non tutto è stato chiaro.
Nonostante ciò, o forse proprio per questo, Sofia è rientrata in Italia con una certezza ben radicata: la missione non è un’esperienza da archiviare, ma una scelta di vita. Le domande che l’hanno spinta a partire non hanno trovato risposte definitive, anzi, se ne sono aggiunte di nuove. Tuttavia, ora quelle domande hanno un peso diverso. Hanno il volto delle bambine dello shelter, il suono dei canti nelle chiese affollate, il profumo della terra bagnata dalla pioggia.
“La vera sfida inizia ora”, riflette Sofia. “Gli occhi hanno visto, le orecchie hanno udito, le mani hanno toccato, il cuore ha gustato. Ti lascerai interpellare? Permetterai al seme di germogliare, prendendotene cura? Condividerai la bellezza ricevuta?”
Sono domande che Sofia rivolge a se stessa, ma anche a chiunque senta crescere dentro quella stessa attrazione misteriosa per l’Africa, quel desiderio di scoprire una parte di sé che ancora non si è svelata. Perché, in fondo, la missione non è mai solo un viaggio geografico. È sempre, soprattutto, un viaggio nel viaggio: verso ciò che non conosci del mondo e, ancor di più, del tuo stesso cuore.
Fonte: Volontariato Missionario IT






