La figura di San Pedro Claver, la cui festa ricorre il 9 settembre, risuona profondamente con la missione delle Missionarie Comboniane. Con le parole “Esclavus æthiopum semper” (“Schiavo dei neri per sempre”), Pedro Claver sigillò il suo destino, dedicando la vita a migliaia di africani schiavizzati. Papa Leone XIII lo definì il santo che più lo colpì dopo la vita di Cristo. Per noi, comboniane, lui incarna perfettamente la nostra visione sulla missione: vedere Cristo nei più poveri, negli scartati, negli ultimi.
Nato il 26 giugno 1580 a Verdú, in Catalogna, Pedro Claver entrò nella Compagnia di Gesù il 7 agosto 1602. Un incontro fondamentale fu quello con Sant’Alfonso Rodríguez a Maiorca nel 1605. Nonostante i superiori lo ritenessero di “spirito mediocre”, l’influenza di Alfonso fu decisiva, spingendolo a offrirsi volontario per le missioni in America.
Il 23 gennaio 1610, Pedro partì per il Nuovo Regno di Granada (l’attuale Colombia), sbarcando a Cartagena de Indias. Cartagena era uno dei due porti spagnoli autorizzati al commercio di esseri umani, con circa 10.000 schiavi africani che vi transitavano ogni anno. Questi schiavi arrivavano in condizioni disumane dopo il lungo viaggio oceanico.
Pedro fu educato alla scuola del missionario Alfonso de Sandoval, specializzato nella cura degli schiavi. Quando Sandoval partì, Pedro ne prese il posto, riaffermando il suo impegno con la frase “Esclavus æthiopum semper”.
Il metodo di Pedro era l’amore incarnato. Ogni mese, all’arrivo delle navi negriere, usciva in mare per incontrare gli schiavi, portando cibo e conforto per guadagnare la loro fiducia. Scendeva nelle stive delle navi, portando banane, arance, pane, vino e tabacco. Diceva loro di voler essere un padre e che intendeva trattarli bene, non per mangiarli, ma per amarli e insegnare loro la via di Gesù. Trasformò il collegio dei Gesuiti in un ospedale, curando personalmente i malati e parlando loro di Dio.
Pedro lavorava rapidamente per preparare le persone al battesimo, poiché gli schiavi rimanevano a Cartagena solo pochi giorni prima di essere venduti. Riunì un gruppo di interpreti di varie nazionalità, tra cui ex schiavi come Domingo Folupo e Andrés Sacabuche, che divennero catechisti. Secondo il fratello Nicolás González, Pedro Claver battezzò più di 300.000 persone durante i suoi quarant’anni di ministero. Si occupava non solo dei neri appena arrivati, ma anche di quelli che vivevano abitualmente a Cartagena e nelle province, dedicando loro una missione annuale durante la Pasqua.
Il suo operato incontrò forti opposizioni. Fu accusato di “zelo imprudente” e di aver “profanato i sacramenti”, e le donne dell’alta società si rifiutavano di entrare nelle chiese dove aveva predicato ai neri. Anche altri gesuiti criticavano la sua preferenza per i neri rispetto ai bianchi, descrivendolo come “mediocre di ingegno” e “di prudenza scarsa”. Nonostante le critiche, Pedro non si fermò mai.
Pedro Claver visse una vita ascetica di estrema austerità, dedicandosi alla preghiera e praticando severe penitenze. Manifestava speciale preoccupazione per i malati e gli indigenti, visitando quotidianamente gli ospedali e assistendo i prigionieri. Gli furono attribuiti numerosi miracoli, tra cui guarigioni e resurrezioni.
Negli ultimi anni, dal 1650, il commercio di schiavi diminuì. Nel 1650, una peste colpì Cartagena e Pedro, dopo aver curato gli altri, ne fu colpito a sua volta, con conseguenze permanenti sulla sua salute. Morì nella notte tra il 7 e l’8 settembre 1654, dopo 44 anni di missione tra gli schiavi afroamericani.
Il processo di beatificazione iniziò nel 1658. Fu beatificato da Pio IX il 16 luglio 1850 e canonizzato da Papa Leone XIII il 15 gennaio 1888, insieme a Sant’Alfonso Rodríguez. Il 7 luglio 1896 fu proclamato patrono di tutte le missioni cattoliche tra i neri.
Nel 1985, la legge 95 del Congresso della Colombia dichiarò il 9 settembre la Giornata Nazionale dei Diritti Umani in onore di San Pedro Claver. Papa Francesco, durante il suo viaggio apostolico in Colombia nel 2017, visitò il santuario di San Pedro Claver, affermando che fu “austero e caritativo fino al punto di essere un eroe”.
Per noi, Comboniane, San Pedro Claver insegna principi fondamentali: vedere Cristo negli ultimi, l’importanza dell’inculturazione linguistica, la medicina come evangelizzazione, la resistenza alle critiche e la vita ascetica al servizio della missione. Egli rappresenta il volto americano della stessa missione che le comboniane portano avanti in Africa, poiché gli schiavi che serviva a Cartagena provenivano dagli stessi popoli che esse servono oggi. La sua dichiarazione “Esclavus æthiopum semper” risuona con il motto comboniano di totale dedizione all’Africa e agli africani.
Oggi, in un mondo dove persistono nuove forme di schiavitù, San Pedro Claver ricorda che ogni persona ha una dignità infinita, che il cristiano deve schierarsi dalla parte degli oppressi, che l’amore di Cristo non conosce barriere e che la vera grandezza si misura nel servizio ai più piccoli. I suoi resti si trovano nella Chiesa di San Pedro Claver a Cartagena, e la sua memoria è viva tra le comunità afrodiscendenti che lo venerano come il santo che riconobbe la loro piena dignità umana. La sua vita è un luminoso esempio di come il Vangelo possa trasformare cuori e strutture sociali, e ogni missionaria comboniana può dire, come lui, di essere “serva dei poveri per sempre, voce di chi non ha voce, madre di chi è abbandonato”.
