Due parole risuonano nel cuore della Laudato Si’ di Papa Francesco e nella mia riflessione missionaria: “cura” e “casa”. Atti di cura rendono qualsiasi luogo più ospitale, più caldo, trasformandolo in una vera casa. Allo stesso tempo, sentirsi a casa porta spontaneamente a prendersi cura.
Pensando alle immagini devastanti di Homs dopo l’assedio, mi chiedo: la Terra è ancora una casa per i milioni di sfollati di oggi, per le minoranze culturali e religiose, per le vittime di traffico? C’è forse una somiglianza metaforica tra Homs e il nostro pianeta?
L’arte dell’abitare
La riflessione di Martin Heidegger sulla ricostruzione post-bellica mi ha colpita profondamente. Per lui, abitare autenticamente non significa semplicemente risiedere in un edificio, anche se questo fornisce le condizioni fisiche per una vita dignitosa. Abitare è piuttosto “il modo in cui tu sei e io sono, la maniera in cui noi esseri umani siamo sulla Terra”.
Abitare, secondo Heidegger, significa “accarezzare e proteggere, preservare e prendersi cura, specificamente coltivare il suolo, coltivare la vite”. Queste parole echeggiano Genesi 2:15: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse”.
Abraham Heschel, traducendo il verbo ebraico *abad* (coltivare) come “abbellire”, introduce una sfumatura affascinante: l’attività umana è destinata a rendere più bella la Creazione.
Oltre il paradigma del dominio
Per secoli, il rapporto dell’umanità con il creato è stato plasmato da un’interpretazione maschile, occidentale e dualistica di “riempite la terra e soggiogatela; abbiate dominio su ogni essere vivente” (Gen 1:28). Ma Laudato Si’ ci ricorda che “dobbiamo respingere con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature” (n. 67).
Richard Bauckham insiste sulla lettura di Genesi 1:28 nel contesto dell’intero capitolo primo della Genesi. Il racconto biblico, enfatizzando la “bontà” che Dio infonde nell’ordine creato – “e Dio vide che era buono” (Gen 1:10.12.18), “era molto buono” (Gen 1:31) – ci attira nella delizia e nell’amore di Dio per la Creazione.
Quando Dio affida la Creazione all’umanità, l’autore biblico ha già reso chiaro il suo valore inestimabile. Il dominio dell’umanità sulla Creazione non è altro che una “responsabilità di cura” verso le altre creature, che riflette l’amore stesso di Dio per la Creazione.
La dimensione sacramentale dei ministeri
Come può la teologia della cura informare la riflessione teologica contemporanea sulla missione? Laudato Si’ sottolinea che non possiamo pretendere di guarire la nostra relazione con l’ambiente “senza sanare tutte le relazioni fondamentali” (n. 119).
I nostri ministeri, espressioni dell’amore e della cura di Dio per la Creazione, ci rendono partecipi della missione rigenerativa di Dio. Possiedono un valore sacramentale che non va sottovalutato, poiché attraverso di essi comunichiamo la vita stessa di Dio.
Il nostro impegno ministeriale incapsula il modo in cui *siamo* nel mondo e lo “abbelliamo” accarezzando, proteggendo, preservando e prendendoci cura della vita.
Lezioni dall’olocausto
Le teologhe femministe ebree post-Olocausto hanno sviluppato una teologia della relazione profondamente illuminante. Melissa Raphael, basandosi sui gesti di solidarietà tra donne nei ghetti e nei campi di concentramento, argomenta che le relazioni di cura reciproca anticipano lo *shalom* escatologico di Dio.
La loro riflessione si radica nel misticismo ebraico, particolarmente nel concetto di *Shekhinah*, dall’ebraico *shakhan* (essere presente o abitare). *Shekhinah* è un’immagine dell’aspetto femminile di Dio che vaga con il suo popolo nell’esilio prendendosene cura.
Le donne ad Auschwitz, attraverso i loro atti “quasi-materni” di solidarietà e cura reciproca (*hessed*), a spese delle loro stesse vite, invitavano *Shekhinah* in un mondo altrimenti svuotato di Dio. Il loro prendersi cura l’una dell’altra permetteva di resistere alla profanazione della loro persona femminile e aumentava le loro possibilità di sopravvivenza.
Il nostro modo di essere nel mondo ha il potenziale di rendere Dio presente agli altri e, quindi, è in sé stesso proclamazione.
Liberarsi dal complesso pastorale
Riconoscere la sacralità dei nostri ministeri, il loro valore sacramentale, potrebbe liberarci dalla preoccupazione costante di non fare “abbastanza pastorale” o di non essere “abbastanza pastoralmente orientate”.
Il nostro impegno sociale per rendere questo mondo una casa per tutti e per restaurare relazioni spezzate, come continuazione del ministero stesso di Gesù, potrebbe diventare lo spazio dove coloro che incontriamo quotidianamente sperimentano il divino.
Il dialogo come imperativo
La riconsiderazione della natura sacramentale dei nostri ministeri potrebbe portarci non solo a promuovere una riflessione più profonda sul dialogo, ma anche a favorire di più il nostro impegno verso di esso.
Paradossalmente, benché il dialogo si trovi ancora ai margini del nostro sforzo missionario, la punta avanzata della teologia della missione viene dall’Asia, dove la proclamazione prende esclusivamente la forma del dialogo.
Il carattere multi-religioso e multiculturale del mondo odierno ci spinge a sviluppare un approccio alla missione basato sulla convinzione che il pluralismo religioso è una manifestazione dello Spirito creativo di Dio e che l’incontro con diverse esperienze del divino arricchisce la nostra stessa esperienza spirituale.
Educare alla cura
Laudato Si’ evidenzia l’educazione come mezzo prezioso per creare una “cultura ecologica” (n. 111), che potremmo chiamare anche “cultura della cura”. L’educazione equipaggia gli individui a sviluppare un pensiero indipendente e critico, essenziale per diventare cittadini responsabili.
C’è una necessità pressante di acquisire “un autentico senso del bene comune” (n. 204) e valori etici profondi che potrebbero tradursi in uno stile di vita più relazionale e attento alla cura.
La tradizione cristiana occidentale, nonostante il suo “ricco patrimonio” (n. 216), ha molto da imparare dalle tradizioni religiose e culturali antiche orientali cristiane e non cristiane, che conservano un forte aspetto comunitario e relazionale, quasi sconosciuto in Occidente.
La pluralità come dono
Ultimamente, una cultura della cura valorizza e preserva la pluralità del mondo, che Hannah Arendt definisce come “il fatto che gli uomini, non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo”, perché ogni essere vivente nella Madre Terra “abbia la vita” e si senta a casa.
Come missionarie comboniane, siamo chiamate a essere artefici di questa trasformazione. Il nostro carisma di “rigenerare l’Africa con l’Africa” trova in Laudato Si’ una risonanza profonda: non si tratta di imporre modelli esterni, ma di coltivare e curare i semi di vita già presenti in ogni cultura e contesto.
La nostra casa comune ha bisogno di missionarie che siano prima di tutto “abitatrici” autentiche, capaci di cura, di relazione, di bellezza. Solo così il nostro essere nel mondo diventerà sacramento della presenza amorevole di Dio.
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Laura Díaz Barco,CMS






