Nel cuore della Repubblica Democratica del Congo, il Nord Kivu continua a sanguinare. Una regione paradossalmente ricchissima di risorse naturali e proprio per questo devastata da decenni di conflitto. Mentre le armi tuonano e le milizie avanzano, c’è chi costruisce futuro mattone dopo mattone: sono le Suore Missionarie Comboniane che a Butembo hanno creato un’oasi educativa dove i più vulnerabili possono ancora sognare.
Lo scorso 30 gennaio, Goma, capitale provinciale, è caduta sotto il controllo delle milizie M23 dopo cruenti combattimenti. Ma a 280 chilometri più a nord, nella città di Butembo, l’impegno educativo delle sorelle non si è fermato nemmeno un giorno.
“Tutta la nostra pastorale è incentrata sulla speranza, tema portante di questo Anno Santo”, mi confida Monsignor Melchisedec Sikuli Paluku, vescovo della Diocesi di Butembo-Beni, mentre osserviamo il via vai di sfollati che cercano rifugio. “Quando arrivano qui, vengono ospitati dai parenti o da gente di buona volontà, ma tutti finiscono per vivere nella precarietà”.
Visitando il Centro di Recupero Educativo (CRS), attivo dal 2011, incontro giovani tra i 10 e i 25 anni con storie che spezzano il cuore. Chi non ha mai messo piede in un’aula, chi ha dovuto abbandonare gli studi, chi è fuggito dalle violenze perdendo tutto. Il 90% di loro proviene dalle zone di conflitto circostanti.
“Offriamo un programma intensivo di tre anni che sostituisce il normale ciclo primario di sei”, spiega Suor Natingar Liée Mramadji mentre mi guida tra le aule spartane ma ordinate. “Le lezioni iniziano alle 13:00 perché la mattina questi ragazzi devono lavorare per contribuire al sostentamento delle famiglie che li ospitano”.
I volti che osservo raccontano storie di traumi profondi. Molti sono orfani o bambini separati dai genitori durante la fuga. Altri hanno assistito a violenze inimmaginabili. “Non esistono bambini cattivi”, sottolinea con fermezza Suor Natingar, “ma comportamenti che sono frutto di traumi. Il nostro compito è aiutare anche le famiglie ospitanti a comprenderlo”.
Attraversando il cortile, raggiungiamo la scuola primaria Daniel Comboni, inaugurata nel 2021. Qui 450 alunni, divisi in 11 classi, seguono il regolare curricolo nazionale. Prima le famiglie iscrivevano i figli in scuole cattoliche lontane, ma i frequenti rapimenti hanno reso troppo pericoloso il tragitto. “Questa scuola è diventata un’àncora di salvezza”, commenta un genitore incontrato all’ingresso.
Il paradosso di Butembo è tangibile: una terra fertile dove la popolazione non può più raggiungere i propri campi a causa dell’insicurezza. “L’agricoltura era la principale fonte di reddito”, spiega una madre mentre attende il figlio, “ora non sappiamo come pagare le rette scolastiche”. Eppure, nonostante tutto, queste famiglie continuano a dare priorità all’educazione, sacrificando il poco che hanno.
Nella sala insegnanti, incontro docenti straordinariamente motivati nonostante gli stipendi irregolari. “Qui non insegniamo solo materie scolastiche”, mi confida una giovane maestra, “siamo figure genitoriali per chi non ha più nessuno”. Molti bambini non conoscono il padre, altri sono stati abbandonati dalla madre per un nuovo compagno. Spesso sono i nonni anziani a prendersi cura di loro, ma in un contesto dove procurarsi il cibo è già una sfida quotidiana, l’educazione rischia di passare in secondo piano.
“Questi bambini quando sono in classe si sentono a disagio”, prosegue Suor Natingar con voce rotta dall’emozione, “perché non hanno il necessario per studiare. La mancanza di supervisione a casa ha un impatto devastante sui risultati”.
Le suore lavorano su più livelli: oltre all’istruzione, offrono supporto psicologico e umano. “Promuoviamo la condivisione fra di loro, affinché comprendano che le difficoltà fanno parte della vita e possono essere superate”, spiega la religiosa. “A chi ha perso genitori e familiari, cerchiamo di infondere speranza, ricordando che Dio è nostro Padre”.
Colpisce come anche la ricreazione diventi momento educativo fondamentale. Gli insegnanti restano con i bambini anche durante il gioco, osservandoli e aiutandoli a scoprire talenti nascosti. “È qui che fiorisce la fiducia in sé”, sottolinea Suor Natingar.
Di fronte a comportamenti problematici, l’approccio è sempre di ricerca delle cause profonde: “Contattando i genitori scopriamo che forse quel bambino che dorme in classe non ha mangiato a sufficienza, o che quella bambina sempre in ritardo deve svolgere troppi lavori domestici prima di venire a scuola”.
Mentre il sole comincia a calare su Butembo, osservo un gruppo di bambine che danzano durante una celebrazione. I loro volti sorridenti contraddicono la durezza della realtà circostante. “L’educazione non è solo trasmissione di sapere”, conclude Suor Natingar guardando con tenerezza quella scena, “è un atto di resistenza. In un mondo che sembra dire loro che non valgono nulla, noi ricordiamo a questi bambini, ogni giorno, che sono preziosi figli di Dio”.
—
Fonte: In missione, REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, NUMERO 2 / 2025
Le informazioni sono state fornite da Suor Natingar Liée Mramadji
