Nella sua riflessione, di sr Elisabetta Raule, smc, attinge alla potente immagine del Buon Samaritano per descrivere il ministero della cura ai malati, un impegno che richiede compassione, resilienza e una profonda consonanza con il Cuore di Cristo.
Come l’uomo ferito della parabola, i malati che bussano alle porte delle missioni comboniane sono spesso soli, spogliati di tutto, vittime di violenza e ingiustizie. “Sono i nostri malati e per noi diventano i nostri figli spirituali”, scrive sr Elisabetta. E come il Samaritano, le suore non esitano ad avvicinarsi, a toccare le ferite più orribili, a vegliare notti intere quando l’urgenza lo richiede. “La figura centrale del racconto è quella del Samaritano. Come Gesù, lui ha provato compassione per la situazione dell’uomo ferito, si è lasciato toccare da quello che ha visto e si è preso in carico la sua sofferenza”.
Questo donarsi richiede sacrificio, rinuncia al riposo e ai propri piaceri personali. “Molte volte nel mio servizio missionario ho sentito in me tutta la sofferenza e la povertà delle persone che assisto”, confessa la missionaria. Spesso le suore fanno esperienza, nell’intimo, della sofferenza dei malati, del dramma dei bambini orfani, dell’impotenza di fronte a malattie incurabili. “È difficile descrivere a parole quanto ci fa soffrire l’esperienza di un malato che non abbiamo potuto salvare…Fino ad assistere inermi, a volte, alla morte della persona. Anche questo è avere compassione: come il Signore Gesù partecipare alla condizione di povertà dell’umanità con la nostra impotenza di fronte a certe situazioni incurabili.”
Eppure, è proprio questa compassione evangelica a dare senso al loro cammino. Perché, come insegna la parabola, l’amore non conosce distinzioni di etnia o religione. “Questo è proprio il fondamento delle nostre relazioni e del nostro modo di lavorare. Sulla base dell’esempio di Gesù di amore gratuito e oblativo, tentiamo di costruire un nuovo tessuto sociale nei Paesi in cui siamo”, afferma sr Elisabetta. È l’amore gratuito e oblativo l’unica via per tessere reti di solidarietà e collaborazione che rendano possibile il sogno di Comboni: unire tutte le forze della Chiesa per il bene dei più poveri e abbandonati.
E se le missionarie sono oggi le “Samaritane” che si prendono cura dei feriti della vita, esse stesse, nel corso della loro missione, hanno incontrato tanti altri “Samaritani” che le hanno aiutate, sostenute, indicate la via per superare difficoltà e debolezze. “Un sguardo lucido e maturo sulla nostra vita non può che essere riconoscente al Signore per la Sua Grazia che ci sostiene e per i tanti Angeli che Lui mette sul nostro cammino”, scrive sr Elisabetta. Un cammino di reciproco dono, reso possibile dalla generosità di cuore di tanti amici e collaboratori.
Fonte: Riflessione sulla Sanità e Carisma






