Quando si pensa a un fondatore, lo si immagina quasi sempre come una figura già formata, sicura di sé, con il piano intero in testa fin dall’inizio. La storia di Daniel Comboni, però, è piuttosto diversa, ed è infatti proprio per questo che risulta interessante per chi oggi cerca di capire da dove viene lo spirito che anima le Missionarie Comboniane. Comboni nacque a Limone sul Garda il 15 marzo 1831, in una famiglia povera e segnata dal dolore: di otto fratelli, solo lui arrivò all’età adulta. Fu proprio la povertà, e non una vocazione già chiara fin dalla culla, a portarlo all’Istituto Mazza di Verona, dato che la sua famiglia non aveva i mezzi per mantenerlo, e lì, però, accadde qualcosa di provvidenziale: padre Mazza, fondatore dell’Istituto, divenne la figura che risvegliò in lui sia la vocazione al sacerdozio sia la passione per l’Africa.
Il grande progetto missionario di Comboni, dunque, non nacque da un piano calcolato, bensì da un incontro, e questo non è un dettaglio da poco, perché segna fin dall’inizio un tratto che si ripeterà costantemente nella sua vita: la disponibilità a lasciarsi sorprendere dalle persone e dalle circostanze, invece di imporre uno schema prestabilito. Ordinato sacerdote nel 1853, visse in un’epoca in cui buona parte dell’Europa discuteva ancora se gli africani avessero un’anima, mentre lui scriveva già di loro come fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre. Non si trattava di una posizione teorica: andò in Africa più volte, affrontò malattie, la perdita di compagni, il fallimento di interi progetti, e ciò nonostante ricominciò sempre da capo, tanto che da questi viaggi e da questi fallimenti nacque la sua intuizione più nota, il cosiddetto Piano per la Rigenerazione dell’Africa, presentato nel 1871 anche ai padri riuniti nel Concilio Vaticano I, con la richiesta di lavoratori degni del Vangelo per il continente.
Comboni, però, non pensava solo agli uomini: fondò due istituti, uno maschile e uno femminile, perché era convinto che la missione in Africa avesse bisogno anche, e forse soprattutto, di donne, e proprio per questo, nel 1872, nacque la congregazione oggi conosciuta come Missionarie Comboniane. Qui conviene però soffermarsi su un punto che non sempre viene spiegato bene: seguire il carisma di un fondatore non significa copiarlo, bensì lasciarsi continuamente interpellare da esso, dato che le circostanze del mondo cambiano mentre l’intuizione di fondo rimane, e ciò significa che ogni generazione di Missionarie Comboniane è chiamata non a ripetere ciò che fece Comboni, ma a chiedersi come quella stessa passione per l’Africa, per gli ultimi, per l’incontro con chi è diverso, si traduca oggi in Ciad, in Sudafrica, in tanti altri luoghi dove esse vivono e lavorano.
Si potrebbe pensare che si tratti semplicemente di storia antica, da archivio, eppure non è così, perché in fondo la domanda che Comboni si pose quasi due secoli fa è ancora la stessa che oggi si pongono tante missionarie: come avvicinarsi davvero a chi è diverso, senza paternalismo, senza paura, e senza perdere per strada la propria fede? Comboni non ebbe una risposta perfetta né definitiva, ebbe piuttosto una fedeltà tenace a un’intuizione nata dalla povertà, dall’incontro e dalla fiducia in Dio più che nei propri piani, e forse è proprio questa fragilità, più di qualunque successo, a rendere la sua storia qualcosa con cui vale ancora la pena incontrarsi.
