Ciò che a inizio Novecento poteva sembrare un semplice invito, oggi risulta una necessità imprescindibile, non solo per il singolo individuo, ma per l’intera umanità; essa è invitata a vivere le domande, non tanto perché, come affermava lo scrittore tedesco, non è ancora preparata ad accogliere le risposte, ma piuttosto perché le stesse sembrano non soddisfacenti, o assenti, o forse aldilà dell’orizzonte conosciuto; la situazione pandemica è venuta solo ad acuire la percezione di non aver controllo sulle sorti dell’umanità, di fronte ad una profonda crisi delle istituzioni politiche, la crisi ecologica, e anche una crisi sociale per cui la società non è solamente più “baumaniamente” liquida ma addirittura gassosa.
È come se l’umanità di oggi dovesse aprire strade nel deserto, o attraverso una fitta foresta; il cammino non è pre-tracciato dalle precedenti generazioni… ed essere missionarie in questo contesto sembra sempre di più corrispondere con il diventare compagne di viaggio, donne capaci di abitare le domande, ricercatrici a mani nude di frammenti di preziosità, di tracce di divinità, tra esodi ed esili, approdi e ripartenze, ovvero “scavalcare il muro d’ombra di ciò che appare per cogliere l’intimità di ciò che vive nel profondo delle cose”, con le parole di don Tonino Bello.
Mantenendo valido il principio secondo cui è la missione “il criterio base da cui devono scaturire le linee e gli obiettivi della formazione” RdV n. 62.1 non è tuttavia affatto scontato domandarsi cosa intendiamo con missione: questa domanda dovrebbe risuonare con forza e forse anche “ferire” il nostro cuore comboniano; dovrebbe essere anche una questione libera di riecheggiare nei contesti formativi, e non solo per ciò che concerne il “dove” della missione- paradigma geografico, o il “cosa” – paradigma ministeriale. La vera sfida del tempo presente per attualizzare “la sequela radicale di Cristo missionario” (RdV n.62) è il “come”. Si suggeriscono in particolare due movimenti di Gesù su cui catalizzare la nostra attenzione: “andarsene altrove” (Mc 1,38) e “passare in mezzo” (Lc 4,30), a ricordarci in primo luogo che la buona notizia non cerca le luci della ribalta ma semina bagliori di luce nella perifericità; in secondo luogo, che non mira alla conformità istituzionale, quanto piuttosto alla libertà dalle logiche di potere e dal “si è sempre fatto così”.
Il contesto attuale in cui desideriamo vivere la fedeltà al Vangelo ci interpella ad assumere uno stile formativo provocante, non preoccupato di sfornare risposte facili ma di preparare persone capaci di leggere criticamente la realtà discernendo in essa i segni della presenza di Dio: donne come alcuni alberi amazzonici, che seguendo Gesù missionario, sono radicate in Lui e nel mondo con radici mobili.
Chiara Dusi, smc
Missionaria in Italia
