Possono essere molte e diversificate le motivazioni che invitano a rivisitare la storia e il divenire di un Carisma.
Tutte e ciascuna possono essere utili per facilitare una migliore comprensione del vissuto esperienziale che ha caratterizzato chi e/o che cosa sta all’inizio di un cammino fondativo.
Una, però, è di assoluta necessità: entrare il più profondamente possibile dentro l’evento mistico che sta alla base di tutta l’esperienza carismatica con cui una persona viene coinvolta nel desiderio di Dio a riguardo di una particolare necessità.
Noi, Suore Missionarie Comboniane, intente a far risuonare nell’etere il messaggio che a nostra volta ci è stato consegnato, sappiamo che questo è il passaggio che dobbiamo fare sempre più nostro, se vogliamo dirci sue vere figlie nello Spirito.
Cosa è dunque fondamentale cogliere nel vissuto di Daniele Comboni, per capire pienamente la portata della sua vocazione e il totale coinvolgimento con il quale ha risposto a questa chiamata?
Quale figura profetica di un nuovo Mosè, Comboni coglie la dimensione sponsale-pastorale che lo legherà per sempre al luogo a lui affidato: “Certo che non risparmierò né fatiche, né viaggi, né la vita per riuscire all’impresa: io morrò coll’Africa sulle labbra“ (Lettera del 23 settembre 1867 – Scritti, 1441).
Così marchiata come da un sigillo indelebile, l’intera vita del Novello Apostolo sarà spesa nel segno di una totale dedizione a Dio e a ciò che molte volte ha definito “il dilettissimo mio Vicariato.”
Accostarsi alle fonti carismatiche della vita di Daniele Comboni significa allora abbeverarsi ‘della mistica’ che lo ha sostenuto. Ma non solo. Significa anche fare esperienza dell’incontro trasformante con ‘il luogo’ che ha totalmente orientato la direzione della sua vita di Padre e Pastore.
