Ad Adu, un piccolo villaggio del Kenya meridionale a circa un’ora di macchina da Malindi, i giocattoli non esistono. I bambini trasformano sassi in macchinine, stoffa in palloni. Eppure, il divertimento non manca mai. È questa una delle scoperte più sorprendenti che Luisa, giovane volontaria italiana, ha fatto durante il suo mese e mezzo di missione quest’estate.
Il villaggio è molto piccolo, formato da capanne e qualche negozietto sparso. Luisa ha vissuto con Sr. Harlette, Sr. Tsighereda e Sr. Paola – provenienti rispettivamente da Congo, Etiopia e Colombia – in una comunità che gestisce due scuole, una chiesa cattolica e accompagna le famiglie in difficoltà. Le sorelle si occupano principalmente di insegnare religione, sostenere chi vive situazioni di fragilità e seguire la vita scolastica. Tuttavia, durante i mesi estivi, con i bambini in vacanza, il ritmo quotidiano cambiava completamente.
Ogni mattina iniziava con una breve messa nella chiesa comunitaria. Poi, mentre le sorelle si dedicavano alle visite alle famiglie più lontane o alle incombenze quotidiane, Luisa scendeva tra le case a giocare con i bambini. “Questo mi ha permesso di entrare a far parte della vita delle persone del posto”, racconta. Infatti, attraverso il gioco ha conosciuto anche molte mamme, con una delle quali continua a sentirsi ancora oggi, a distanza di mesi dal rientro.
D’altronde, giocare ad Adu significa qualcosa di diverso rispetto a ciò che siamo abituati a immaginare. Significa inventare, improvvisare, trasformare ciò che si ha a disposizione in strumenti di divertimento. I sassi diventano macchinine che sfrecciano sulla terra battuta, le stoffe vengono annodate per formare palloni che rotolano tra le capanne. La creatività supplisce alla mancanza di risorse materiali, e la gioia dei bambini non è minimamente scalfita dall’assenza di giocattoli veri.
Tuttavia, accanto a questa capacità straordinaria di gioire con poco, Luisa ha dovuto confrontarsi con una realtà più dura. Vedere i bambini lavorare è stato uno degli aspetti che l’ha colpita maggiormente. Purtroppo, in quel contesto, è una realtà abbastanza comune. Nonostante ciò, le Suore Comboniane stanno lavorando per cambiare questa situazione, e grazie al loro impegno costante la tendenza sta lentamente diminuendo. Accompagnare le famiglie, offrire alternative educative, creare spazi di protezione per i più piccoli: tutto questo fa parte della missione quotidiana delle sorelle ad Adu.
Alcune volte Luisa accompagnava una delle sorelle a visitare le persone che vivevano troppo distanti dalla chiesa o dal piccolo centro abitato, e che quindi non potevano raggiungere la comunità autonomamente. Erano visite semplici ma significative: portare la presenza, ascoltare, condividere un momento di preghiera, verificare se ci fossero bisogni urgenti. In quelle occasioni, Luisa ha potuto osservare da vicino come le Comboniane incarnano il loro carisma di vicinanza: non aspettano che le persone arrivino, ma vanno loro incontro, superando distanze e difficoltà.
Eppure, ciò che Luisa custodisce con più tenerezza nel cuore è il legame stretto con i bambini. Una sera, mentre tornava a casa dopo aver passato il pomeriggio con loro, uno dei piccoli – particolarmente legato a lei – si mise a piangere perché voleva che rimanesse ancora. “Ovviamente l’ho rassicurato e accompagnato a casa dalla sua fantastica mamma e dalla sua bellissima sorellina”, racconta. Quel pianto, quella resistenza a lasciarla andare, le hanno fatto capire quanto profondi fossero diventati i legami in così poco tempo.
Insomma, il mese e mezzo ad Adu è stato per Luisa molto più di un’esperienza di volontariato. È stato un incontro vero con persone vere, che le hanno insegnato cosa significa vivere con poco ma gioire comunque, cosa significa trasformare i sassi in giocattoli e continuare a sorridere nonostante le difficoltà. “È stata una delle esperienze più belle della mia vita”, confessa, “e mi ha insegnato davvero tanto, sicuramente più di quello che io ho potuto dare loro”.
Questa consapevolezza – che spesso chi parte per servire riceve più di quanto dona – non è retorica. È il frutto di giorni trascorsi a giocare sulla terra battuta, di pomeriggi passati tra le capanne, di sguardi scambiati con mamme che accolgono con generosità, di lacrime di un bambino che non voleva lasciarla andare. È la scoperta che la ricchezza non sta nelle cose che si possiedono, ma nei legami che si costruiscono, nelle risate condivise, nella capacità di trasformare anche un sasso in qualcosa di prezioso.
Ora che è rientrata, Luisa sente la mancanza delle sorelle e dei bambini. Si chiede già quando potrà tornare, perché ad Adu ha lasciato un pezzo di cuore. D’altronde, come potrebbe essere diversamente? Quando hai visto i sassi diventare macchinine nelle mani di bambini che sanno inventare la gioia dal nulla, quando hai ascoltato le loro risate mentre giocavano con palloni di stoffa, quando hai accompagnato a casa un piccolo che piangeva perché non voleva lasciarti andare – come potresti non voler tornare? Perché in quei gesti semplici, in quella capacità di gioire nonostante tutto, si nasconde una lezione che nessun libro può insegnare: la vita non si misura da ciò che si ha, ma da ciò che si condivide.
Fonte: Volontariato Missionario IT






