Quando Bianca è atterrata a Lusaka il 23 luglio, aveva appena terminato l’esame di maturità e nella valigia portava più domande che certezze. I mesi di formazione con le Suore Comboniane l’avevano preparata a vivere la missione non come un semplice viaggio, ma come un cammino di incontro, ascolto e servizio. Eppure, nulla avrebbe potuto prepararla davvero a ciò che l’aspettava nel villaggio di Kaande, nella zona rurale di Mongu.
Fin dal primo giorno, infatti, la comunità l’ha accolta con grandi sorrisi, canti e danze. La chiesetta del villaggio, pur essendo molto semplice, traboccava di giovani e bambini che animavano le celebrazioni con cori, tamburi e una partecipazione così viva da sorprenderla profondamente. “Ho visto una fede autentica e gioiosa, vissuta insieme come una vera famiglia”, racconta. Era una gioia contagiosa, colorata dagli abiti tradizionali, scandita dai ritmi dei tamburi, radicata in una comunità cristiana di circa ottanta persone, per lo più giovani e bambini.
Il compito di Bianca era semplice solo sulla carta: entrare in contatto con i ragazzi della comunità. Non conoscendo il cilozi, la lingua locale, faticava a comunicare con gli adulti, mentre con i bambini riusciva a relazionarsi più facilmente attraverso il gioco e piccole attività creative per insegnare l’inglese. Tuttavia, ciò che è emerso presto è stata una realtà più complessa: quei bambini non avevano molte occasioni di giocare con regole o praticare sport strutturati. I giovani, dopo la scuola, tornavano a casa per aiutare i genitori nei campi, senza luoghi di ritrovo né momenti di svago.
Eppure, proprio in questa scarsità di spazi e opportunità, è nato qualcosa di straordinario. Il “Barbashop”, un piccolo progetto creato dai giovani per tagliare capelli e raccogliere fondi da destinare alle attività comunitarie coordinate da Sr. Alice, è diventato per Bianca molto più di un’iniziativa economica. Era un punto di incontro speciale dove poteva trovarli, stare con loro, parlare, ridere, conoscerli meglio. Con il passare dei giorni, quei ragazzi e ragazze della sua età sono diventati veri amici.
Raymond, Clement, Mary, Ernest, Dorcas: questi nomi non sono più semplici nomi per Bianca. Sono persone che hanno lasciato un’impronta indelebile nel suo cuore. “Ho imparato che il vero legame va oltre la curiosità di conoscere un’altra cultura”, riflette. “Si tratta di guardare le persone con occhi umani, capaci di riconoscerle come amici, apprezzarle per quello che sono e voler loro davvero bene”.
D’altronde, questa amicizia ha portato con sé anche una consapevolezza dolorosa. Con il passare dei giorni, Bianca ha cominciato a comprendere la profondità delle loro vite: quanto possano essere difficili e ingiuste semplicemente perché sono nati in un contesto più povero e meno fortunato del suo. “Questo pensiero, più di ogni altra cosa, mi ha colpita e ferita”, confessa. “Sapere che il loro sorriso, la loro allegria e la loro voglia di giocare convivono con tanta fatica e responsabilità quotidiana mi ha fatto sentire vicina a loro in un modo nuovo”.
Nonostante ciò, o forse proprio per questo, il legame è diventato ancora più autentico e prezioso. Condividere momenti di gioia, ridere insieme, affrontare piccole sfide quotidiane fianco a fianco ha trasformato l’esperienza di Bianca in qualcosa di unico e indimenticabile. Non vedeva più “bambini o giovani di un altro paese”, ma persone vere, con sogni, desideri e una forza straordinaria che spesso nei Paesi più ricchi viene data per scontata.
Questa inclusione nella comunità Bianca l’ha percepita anche durante i riti tradizionali. Ricorda in particolare quando le hanno fatto partecipare alla cerimonia per una ragazza che stava vivendo il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Le hanno prestato i veli per coprirsi la testa e la chitenga da legare in vita, guidandola con pazienza nei movimenti delle danze. Dopo, l’hanno aiutata a lavarsi dalla sabbia che le aveva sporcato la pelle di nero, ridendo divertiti perché sulla sua pelle bianca il colore appariva ancora più evidente.
“In quel momento mi sono sentita totalmente accolta”, racconta. “Lasciavo che mi insegnassero, lasciavo che si divertissero insieme a me, lasciavo che mi toccassero senza paura. La loro gioia, la loro gentilezza, la loro semplicità e genuinità mi riempivano il cuore, facendomi sentire parte di qualcosa di autentico, prezioso e profondo”.
Nei suoi quarantacinque giorni in Zambia, Bianca ha visitato l’ospedale di Mongu, la piccola clinica di Kaande, la prigione locale, famiglie con bambini affetti da malnutrizione, anziani e malati nei villaggi lontani, scuole locali. Ha potuto constatare che le sfide e le difficoltà sono molte e reali. Tuttavia, ciò che più l’ha colpita è stata la straordinaria forza vitale delle persone incontrate. Ogni giorno lavorano duramente, senza lamentarsi, affrontando la fatica con un sorriso e con la preghiera, trasformando ogni gesto in un esempio di resilienza e dignità.
“Una forza così autentica e contagiosa non l’avevo mai vista nel mondo in cui vivo”, ammette. Infatti, grazie a loro ha riscoperto valori che spesso dimentichiamo o diamo per scontati: l’accoglienza sincera, la gentilezza verso il prossimo, la generosità del cuore e la gioia nel condividere anche le piccole cose.
Insomma, il viaggio di Bianca in Zambia non è stato solo un’esperienza di servizio missionario. È stato soprattutto un incontro che l’ha trasformata, costringendola a guardare la realtà con occhi nuovi. Le persone, i momenti, gli insegnamenti vissuti rimarranno per sempre impressi nella sua memoria come un tesoro prezioso, ricordandole che esistono ancora gesti e valori autentici, capaci di cambiare la vita di chi li incontra.
E forse, alla fine, è proprio questo il cuore della missione: non portare qualcosa agli altri, ma lasciare che gli altri ti insegnino ciò che hai dimenticato. La forza di un sorriso che convive con la fatica quotidiana, la gioia autentica che nasce dalla condivisione, la dignità di chi affronta le difficoltà senza lamentarsi. Raymond, Clement, Mary, Ernest e Dorcas non hanno ricevuto solo lezioni di inglese da Bianca. Le hanno regalato qualcosa di molto più grande: la consapevolezza che l’amicizia vera, quella che va oltre le culture e le distanze, è capace di rivelare la bellezza nascosta nell’umanità più autentica.
Fonte: Volontariato Missionario IT






