In un mondo sempre più interconnesso, l’interculturalità emerge non come una sfida isolata, ma come dimensione essenziale del cammino sinodale. La transizione “dall’io al noi” che caratterizza la leadership sinodale trova nella competenza interculturale una sua manifestazione concreta e necessaria.
“Non è né una cultura del confronto né una cultura del conflitto che costruisce l’armonia all’interno e tra i popoli, ma piuttosto una cultura dell’incontro e una cultura del dialogo, questa è l’unica via per la pace” (cf. Papa Francesco, Fratelli Tutti, 216). Questa affermazione risuona profondamente con la visione di una leadership interculturale e sinodale.
“È attraverso l’amicizia che faremo il passaggio dall’io al noi” (cf. Timothy Radcliffe, Synod Retreat, October 2023). Questa prospettiva fondamentale sulla sinodalità si allinea perfettamente con il modello di Bennett sullo sviluppo della sensibilità interculturale, che traccia un percorso dall’etnocentrismo all’etnorelativismo.
L’intersezione tra interculturalità e sinodalità si manifesta in tre dimensioni chiave:
1. La dimensione dell’ascolto
“Abbracciando la nostra interdipendenza, possiamo attivare ciò che è necessario per rispondere ed evolvere attraverso le sfide della nostra quotidianità e della nostra epoca” (cf. Thomas Hübl, L’arte dell’entrare in sintonia). Questa sintonia diventa cruciale nella navigazione delle differenze culturali.
2. La sicurezza psicologica
La creazione di spazi sicuri per la vulnerabilità e l’apprendimento collettivo (cf. Amy Edmondson, Il compito del leader di Coltivare uno spazio sicuro) assume particolare rilevanza in contesti interculturali.
3. La risonanza emotiva
Il concetto di contagio emozionale e neuroni specchio (cf. Richard Boyatzis, Il potere interpersonale della risonanza) acquista una dimensione particolare quando attraversa confini culturali.
“Un mosaico è composto da migliaia di piccole pietre… Quando ci allontaniamo da esso, possiamo vedere che tutte queste pietre ci rivelano un’immagine bellissima, raccontando una storia che nessuna di queste pietre può raccontare da sola” (cf. Henry Nouwen, Un mosaico di diversità). Questa metafora cattura l’essenza della leadership interculturale sinodale.
Le dimensioni culturali identificate da Meyer – pianificazione, comunicazione, valutazione, decisione, gestione del disaccordo (cf. Meyer, The Culture Map) – offrono strumenti concreti per navigare questa complessità. Si tratta di creare quello che Scharmer chiama uno spazio di “presencing” dove diverse prospettive culturali possono coesistere (cf. Otto Scharmer, Teoria U).
L’interculturalità nella leadership sinodale richiede un triplice movimento:
– Conoscere: riconoscere i propri “occhiali culturali”
– Riconoscere: accogliere la legittimità di altre prospettive
– Agire: sviluppare pratiche inclusive che valorizzino la diversità
Il passaggio “dall’io al noi” richiede “un cambiamento di mentalità e comportamenti” (cf. Dall’Io al Noi: la nostra vocazione ultima). In ambito interculturale, questo significa sviluppare quella che Bennett definisce “competenza culturale: un processo contro natura” (cf. Bennett, Modello di Sviluppo della Sensibilità Interculturale).
La vera sfida della leadership interculturale sinodale non è tanto gestire le differenze, quanto creare spazi dove queste possano fiorire in armonia, contribuendo a quella “coerenza collettiva” di cui parla Hübl. È un cammino che richiede pazienza, coraggio e, soprattutto, la capacità di rimanere aperti all’incontro autentico con l’altro.
In conclusione, l’interculturalità non è un’appendice della leadership sinodale, ma una sua dimensione costitutiva. Come il cammino sinodale ci invita a passare dall’io al noi, così la competenza interculturale ci sfida a passare da una visione monoculturale a una visione veramente inclusiva della realtà.
Fonte:#synod24 – Documento Finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (2-27 ottobre 2024)






