Il cammino della croce oggi
Dopo tanti anni come missionaria, prima accompagnado le comunità di diversi gruppi culturali cattolici degli Stati Uniti e ora in Europa che ha visto crescere muri dove prima c’erano ponti, contemplo il racconto della Passione del Signore con occhi rinnovati. Il Vangelo di Luca 22,14-23,56 ci parla oggi con una voce che risuona oltre i secoli.
Nel mio cammino missionario sono stata testimone della sofferenza umana nelle sue molteplici forme: famiglie separate da frontiere e politiche migratorie negli Stati Uniti, comunità frammentate dall’individualismo in Europa, e ora un mondo dove il fantasma di conflitti che credevamo superati torna a minacciare la convivenza pacifica tra le nazioni.
Quando leggo “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, quel grido straziante di Cristo non mi sembra lontano. È lo stesso grido che ascolto nei rifugiati che arrivano sulle nostre coste, nelle madri separate dai loro figli alle frontiere, in coloro che hanno perso le loro case a causa della guerra. È il grido di un’umanità che a volte si sente abbandonata.
La Passione che trasforma la sofferenza
La Passione del Signore ci invita a contemplare la sofferenza da un’altra prospettiva. Gesù, nella sua ora più buia, non ha scelto la via della violenza né del risentimento. Quando Pietro tagliò l’orecchio del servo del sommo sacerdote, Gesù lo fermò dicendo: “Basta così!” (Lc 22,51). E poi guarì il ferito.
Che messaggio potente per il nostro mondo attuale! In un momento in cui le tensioni tra nazioni minacciano di degenerare, dove il linguaggio dell’odio sembra imporsi, Gesù ci insegna il valore rivoluzionario di fermare il ciclo della violenza.
Come missionaria, ho imparato che la pace non è semplicemente l’assenza di conflitto, ma una costruzione attiva e costante. Richiede il coraggio di tendere la mano a chi pensa diversamente, di curare ferite anche quando noi stessi stiamo soffrendo.
L’ultima cena: una chiamata alla comunione
“Prendete, questo è il mio corpo, che è dato per voi” (Lc 22,19). Queste parole che Gesù pronunciò durante l’ultima cena assumono un significato speciale nel nostro contesto attuale. L’Eucaristia non è solo un sacramento individuale, ma la chiamata a formare una comunità dove tutti abbiano posto.
Nei miei anni di missione, ho visto come le comunità che si riuniscono attorno alla mensa eucaristica possano diventare fari di speranza. Nei quartieri emarginati degli Stati Uniti, dove ho accompagnato famiglie migranti, la celebrazione domenicale si trasformava in uno spazio dove recuperavano la dignità che il sistema negava loro. In Europa, sono stata testimone di come parrocchie che aprono le loro porte a rifugiati di diverse culture rivitalizzino la loro fede e scoprano il volto di Cristo nello straniero.
La frazione del pane ci ricorda che siamo chiamati a condividere non solo i beni materiali, ma anche le nostre vite. In un mondo dove le minacce globali – guerre, crisi climatica, disuguaglianze – potrebbero paralizzarci dalla paura, il messaggio eucaristico ci invita alla solidarietà e alla donazione.
Il Getsemani del nostro tempo
“Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). La preghiera di Gesù nell’orto riflette una profonda umanità. La paura, l’angoscia, l’incertezza… emozioni che tutti sperimentiamo di fronte alle minacce che incombono sulla nostra umanità.
Nel mio lavoro pastorale con i giovani europei, percepisco il loro sconcerto di fronte a un futuro incerto: Sarà possibile mantenere la pace? Potremo fermare il cambiamento climatico? Ci saranno opportunità per tutti? Sono domande che sorgono da un Getsemani collettivo.
Ma proprio lì, nel momento di maggiore vulnerabilità, Gesù ci insegna ad affidare le nostre paure a Dio. Non è rassegnazione, ma fiducia attiva. La preghiera del Getsemani non termina nella paralisi, ma si trasforma in consegna per amore.
Simone di Cirene: portatori di speranza
“Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù” (Lc 23,26). Questa figura apparentemente secondaria nel racconto della Passione ha molto da insegnarci oggi.
Nel nostro mondo minacciato, siamo chiamati ad essere “cirenei” che aiutano a portare le croci di chi soffre. Ho visto questo spirito nelle volontarie che insegnano la lingua locale ai rifugiati appena arrivati, in coloro che aprono le loro case a famiglie in fuga dalla guerra, nei giovani che dedicano il loro tempo ad accompagnare anziani solitari.
Il Cireneo ci ricorda che, di fronte al dolore del mondo, non possiamo essere spettatori passivi. La missione cristiana consiste proprio in questo: avvicinarci a chi soffre e aiutarlo a portare il suo peso. Non sempre possiamo eliminare la sofferenza, ma possiamo assicurarci che nessuno la attraversi da solo.
“Oggi sarai con me nel paradiso”
Una delle scene più toccanti della Passione secondo Luca è il dialogo tra Gesù e il buon ladrone. Mentre uno dei crocifissi lo derideva, l’altro riconobbe in Gesù qualcuno di innocente e gli chiese: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42).
La risposta di Gesù – “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43) – ci mostra che la speranza può fiorire anche nelle circostanze più disperate. Come missionaria, sono stata testimone di conversioni sorprendenti, di riconciliazioni inaspettate, di perdono dove sembrava impossibile.
Questo passo ci ricorda che non è mai troppo tardi per cambiare. Il nostro mondo, pur ferito e minacciato, può trasformarsi se ci apriamo alla grazia. Le parole di Gesù al buon ladrone sono un invito a non perdere la speranza, anche quando tutto sembra perduto.
“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”
La consegna finale di Gesù – “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46) – è il culmine di una vita vissuta nella fiducia. Non sono parole di sconfitta, ma di abbandono fiducioso.
Come comunità missionaria, siamo chiamati a vivere con questa stessa fiducia. Le sfide che la nostra umanità deve affrontare sono enormi: minacce di conflitti armati, crisi ecologica, disuguaglianze crescenti… Potremmo sentirci sopraffatti, ma la Passione del Signore ci invita a mettere la nostra storia nelle mani di Dio, senza per questo smettere di lavorare attivamente per la pace e la giustizia.
Il cammino verso la Pasqua
Sorelle e fratelli, il racconto della Passione non termina sul Calvario. Anche se oggi ci soffermiamo sulla contemplazione della sofferenza di Cristo, sappiamo che la Domenica di Resurrezione è all’orizzonte.
Questa è forse la lezione più importante per il nostro mondo attuale: la sofferenza e la morte non hanno l’ultima parola. Come missionarie e missionari, siamo chiamati ad essere testimoni di questa speranza. In mezzo a minacce e timori, la nostra missione è annunciare che un altro mondo è possibile, che la pace è più forte della guerra, che l’amore può vincere l’odio.
La Domenica delle Palme ci invita ad accompagnare Gesù nel suo cammino verso Gerusalemme, ad essere con Lui nell’ultima cena, nel Getsemani, nel giudizio ingiusto, nel cammino del Calvario e sulla croce. Ma ci invita anche a preparare i nostri cuori per la gioia della Pasqua, quella gioia che nessuna minaccia mondiale può strapparci.
Che in questi giorni santi, mentre percorriamo il cammino della Passione, possiamo scoprire come trasformare il dolore del nostro mondo in seme di speranza e resurrezione.
Fonte: Podcast CWMfem – Inma Cuesta, smc – Roma






