Amare fino alla fine
“Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). Con queste parole profonde inizia il racconto dell’Ultima Cena secondo Giovanni.
Quell'”amare fino alla fine” (in greco “eis telos”) non indica semplicemente la conclusione temporale dell’amore di Gesù, ma la sua pienezza, la sua perfezione. È un amore che raggiunge il suo compimento, che si spinge fino all’estremo limite del dono di sé.
Il gesto rivoluzionario
Nel contesto di questo amore “fino alla fine”, Giovanni ci presenta un gesto sorprendente: Gesù “si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli” (Gv 13,4-5).
Per comprendere la portata rivoluzionaria di questo gesto, dobbiamo ricordare che nella cultura dell’epoca lavare i piedi era un compito riservato agli schiavi o ai servi di più basso rango. I piedi, costantemente a contatto con la polvere e il fango delle strade, rappresentavano la parte più impura del corpo.
Gesù capovolge completamente le gerarchie sociali del suo tempo: il Maestro, colui che veniva chiamato “Signore”, si abbassa al livello del servo più umile. È una rivoluzione dei valori che mette in discussione ogni forma di potere inteso come dominio sugli altri.
La resistenza di Pietro
La reazione di Pietro è emblematica: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!” (Gv 13,8). È la resistenza di chi non riesce ad accettare un amore così radicale, che rovescia i ruoli stabiliti. Pietro vorrebbe un Messia glorioso, non un Messia che si inginocchia davanti ai suoi discepoli.
La risposta di Gesù è perentoria: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv 13,8). Non è una questione marginale, ma tocca l’essenza stessa della relazione con Cristo e della partecipazione al suo mistero pasquale. Per seguire Gesù, bisogna accettare di essere amati in questo modo e imparare ad amare allo stesso modo.
Il comandamento del servizio
Dopo aver compiuto questo gesto, Gesù spiega ai discepoli il suo significato profondo: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,12-14).
È significativo che, nel Vangelo di Giovanni, la lavanda dei piedi prenda il posto del racconto dell’istituzione dell’Eucaristia. Non si tratta di un’omissione casuale: Giovanni vuole mostrarci che l’Eucaristia e il servizio sono due facce della stessa medaglia, due espressioni dell’unico mistero dell’amore di Cristo che si dona “fino alla fine”.
Il servizio oggi: dalle parole ai gesti
Nella nostra società contemporanea, parlare di servizio è diventato quasi di moda. Molte aziende offrono “servizi”, molti leader parlano di “essere al servizio” dei loro team. Ma spesso queste rimangono parole vuote, prive della radicalità del gesto di Gesù.
Il servizio cristiano non è una strategia di marketing o una tecnica di leadership, ma un modo di vivere che nasce dall’incontro con Cristo e dal desiderio di seguirlo. È un servizio che non sceglie chi servire in base all’utilità o alla convenienza, ma che si rivolge preferenzialmente agli ultimi, a coloro che non possono “ricambiare il favore”.
Una Chiesa che lava i piedi
Papa Francesco ha più volte sottolineato l’importanza di essere una “Chiesa in uscita”, una Chiesa che non si chiude in sé stessa ma che va incontro alle periferie esistenziali del nostro tempo. È una Chiesa che, seguendo l’esempio di Gesù, si china per lavare i piedi dell’umanità ferita.
In un mondo segnato da individualismo, indifferenza e ricerca ossessiva del potere, il gesto della lavanda dei piedi diventa profetico. Ci ricorda che la vera grandezza non sta nel dominare, ma nel servire; non nell’accumulare, ma nel donare; non nel farsi servire, ma nel mettersi al servizio.
Dal rito alla vita
Il Giovedì Santo, con il suo suggestivo rito della lavanda dei piedi, ci invita a non separare mai la liturgia dalla vita, la celebrazione dall’impegno quotidiano. La domanda che dobbiamo porci non è solo se partecipiamo ai riti della Settimana Santa, ma se lasciamo che questi riti trasformino la nostra esistenza.
In famiglia, sul lavoro, nella comunità ecclesiale e civile, siamo chiamati a incarnare lo stile di Gesù, che ha spezzato il pane della condivisione e si è inginocchiato davanti ai suoi discepoli. Solo così il Vangelo diventerà una forza di trasformazione autentica del mondo.
Che questo Giovedì Santo ci aiuti a riscoprire la bellezza e la fecondità di un amore che si fa servizio, di un servizio che diventa fonte di gioia e di speranza per tutti.
Fonte: CWMfem: Cinzia Trotta, smc – Roma






