La Passione in un mondo di passioni
Mentre celebriamo il Venerdì Santo 2025, le immagini della Passione di Cristo si intrecciano dolorosamente con quelle che ci giungono dal Nord Sudan, dove il conflitto, scoppiato nel 2023 ed intensificatosi negli ultimi mesi, continua a mietere vittime innocenti. Le notizie ci parlano di violenze inaudite contro i civili, di milioni di sfollati, di una crisi umanitaria che si aggrava giorno dopo giorno.
In questo contesto, la lettura della Passione secondo Giovanni (18,1-19,42) acquista una risonanza particolare. Non è più solo un racconto del passato, ma diventa una chiave di lettura per comprendere e affrontare le tenebre del nostro presente.
“Non temete, sono io!”
Nel racconto di Giovanni, quando i soldati vengono ad arrestarlo, Gesù si fa avanti e dice: “Chi cercate?”. Alla loro risposta, “Gesù, il Nazareno”, egli dichiara: “Sono io!” (in greco “Ego eimi”). È lo stesso nome con cui Dio si è rivelato a Mosè nel roveto ardente. È significativo che proprio nel momento in cui sta per essere arrestato, Gesù riveli la sua divinità.
Questa scena ci ricorda che, anche nelle situazioni più buie della storia umana, Dio non è assente. In Sudan, dove le forze militari e paramilitari seminano terrore, dove le tenebre sembrano avere il sopravvento, la presenza di Cristo continua a manifestarsi attraverso coloro che rischiano la vita per proteggere gli innocenti, assistere i feriti, nutrire gli affamati.
“Il mio regno non è di questo mondo”
Durante il processo davanti a Pilato, Gesù afferma: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù” (Gv 18,36).
Queste parole risuonano con forza in un contesto come quello sudanese, dove diverse fazioni si contendono il potere temporale a costo di immense sofferenze per la popolazione. La regalità di Cristo si esprime non attraverso l’imposizione della forza, ma attraverso il servizio, il dono di sé, la testimonianza della verità.
Come cristiani, siamo chiamati a incarnare questo modello alternativo di potere. Non si tratta di disimpegno politico, ma di un impegno che rifiuta la logica della violenza e promuove quella della giustizia e della riconciliazione.
“Donna, ecco tuo figlio!”
Uno dei momenti più toccanti della Passione secondo Giovanni è quando Gesù, dalla croce, affida sua madre al discepolo amato: “Donna, ecco tuo figlio! … Ecco tua madre!” (Gv 19,26-27).
In questo gesto, Gesù crea una nuova famiglia, una nuova comunità che non si fonda sui legami di sangue, ma sulla comune fede in lui. È un’immagine potente per un paese come il Sudan, lacerato da divisioni etniche e tribali. La croce di Cristo abbatte i muri dell’ostilità e ci invita a riconoscerci come fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre.
Le testimonianze che ci giungono dal Sudan ci parlano di comunità cristiane che, nonostante la persecuzione, aprono le loro porte a tutti coloro che sono nel bisogno, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa o etnica. È la maternità della Chiesa che si manifesta concretamente in gesti di accoglienza e solidarietà.
“Ho sete”
Tra le parole di Gesù sulla croce, Giovanni riporta: “Ho sete” (Gv 19,28). È un’espressione della sua vera umanità, del suo condividere fino in fondo la condizione umana.
Questa sete di Gesù ci ricorda la sete fisica dei milioni di sudanesi che non hanno accesso all’acqua potabile a causa del conflitto. Ma ci ricorda anche una sete più profonda: quella di giustizia, di pace, di dignità. È la sete di un popolo che aspira a vivere in libertà, senza il giogo dell’oppressione e della violenza.
Come cristiani, siamo chiamati a rispondere a questa duplice sete: attraverso l’aiuto umanitario concreto, ma anche attraverso l’impegno per la costruzione di società più giuste e pacifiche.
“Tutto è compiuto”
Le ultime parole di Gesù sulla croce – “Tutto è compiuto” (Gv 19,30) – non esprimono la rassegnazione di chi è stato sconfitto, ma la consapevolezza di chi ha portato a termine la missione affidatagli.
In un contesto come quello sudanese, dove la sofferenza sembra non avere fine, queste parole ci ricordano che la storia non è nelle mani dei potenti di questo mondo, ma nelle mani di Dio. Il progetto di salvezza di Dio non può essere fermato dalla violenza umana. La croce, simbolo di morte, diventa paradossalmente simbolo di vita, di resurrezione, di speranza.
Dal Venerdì Santo alla Pasqua: un cammino di speranza
La celebrazione del Venerdì Santo non si esaurisce nella contemplazione della sofferenza. È un passaggio obbligato verso la gioia della Pasqua. Così anche per il Sudan, e per tutte le situazioni di conflitto nel mondo, crediamo che la sofferenza attuale non sia l’ultima parola.
Come missionari, siamo chiamati a essere testimoni di questa speranza. Non una speranza ingenua che ignora la gravità della situazione, ma una speranza pasquale, radicata nella certezza che l’amore è più forte dell’odio, che la vita trionfa sulla morte.
Mentre accompagniamo Cristo nel suo cammino verso il Calvario, non dimentichiamo i nostri fratelli e sorelle sudanesi. La nostra preghiera e il nostro impegno concreto siano per loro segno tangibile che non sono soli nel loro Venerdì Santo, e che la luce della Pasqua, per quanto ancora nascosta, è già all’orizzonte.
Fonte: CWMfem: Laura Perin, smc – Roma






