Nella storia ufficiale delle origini comboniane, alcuni nomi brillano come stelle: Daniele Comboni, naturalmente, e poi le prime superiore generali. Tuttavia esistono altre figure, quasi invisibili negli archivi ufficiali, senza le quali quella storia non sarebbe mai stata scritta. Sono le donne che partirono per prime, quando ancora non esisteva una congregazione religiosa che le accogliesse, quando non c’erano regole né protezioni canoniche. Donne che rischiarono tutto per un sogno missionario.
Fortunata Kwashe era una bambina africana, probabilmente proveniente dai Monti Nuba nel Sud Sudan, quando fu portata a Verona come ex-schiava. Aveva circa nove anni e non ricordava nulla della sua origine. Il trauma della schiavitù aveva cancellato i ricordi. Cresciuta e formata all’Istituto Mazza, Fortunata fu una delle prime africane che Comboni riportò in patria nel 1869, ancora prima che esistesse la congregazione delle Pie Madri.
Faustina Stampais invece era cugina di Comboni. Nel 1868, a soli 23 anni, ricevette una lettera da Don Daniele che le chiedeva di considerare la missione africana. Dopo un solo colloquio a Verona, senza bagaglio, senza risorse finanziarie, senza alcuna protezione se non l’amicizia del cugino, Faustina partì. Quando il padre di Comboni seppe che suo figlio aveva portato in Africa una ragazza che non era neppure suora, gli scrisse sconvolto: “Ma non hai testa? Porti una ragazza che non è suora, che non ha una congregazione alle spalle. Dove sei andato così allo sbaraglio?”. La risposta di Luigi Comboni nella lettera successiva fu: “Scusami, non avevo capito. Ora vi do la mia benedizione”.
Virginia Mansour, giovane libanese ex-schiava educata dalle Suore di San Giuseppe dell’Apparizione, rappresenta forse la storia più complessa e dolorosa. Esperta di arabo e francese, fu essenziale per la missione. Tuttavia, quando il fratello fu rimandato in Egitto senza che lei potesse salutarlo, Virginia perse letteralmente “il lume della ragione”, come si legge nei documenti. Chiese una dote per entrare in un’altra congregazione. Comboni, che si trovava in Sudan, soffrì immensamente quando seppe dell’accaduto.
Teresa Grigolini propose allora una soluzione: “Invita Virginia a tornare in vicariato e fare il noviziato qui, a El Obeid. Così io posso seguirla”. Fu un gesto di straordinaria lungimiranza pastorale. Virginia sarebbe tornata in Africa, non come religiosa riconosciuta, ma come postulante in terra di missione.
Questi nomi – Fortunata, Faustina, Virginia – raramente appaiono nelle commemorazioni ufficiali. Eppure furono loro le vere pioniere. Partirono quando non c’era ancora sicurezza canonica, quando il progetto era fragile, quando tutto poteva crollare da un momento all’altro. Loro furono il seme gettato in terra d’Africa che permise poi alla pianta della congregazione di crescere.
È significativo che Fortunata Quascè, nel 1879, diventò la prima africana a professare come Pia Madre della Nigrizia. La cerimonia si svolse a El Obeid il 9 aprile 1882, giorno di Pasqua. Don Losi, che presiedeva, scrisse poi che vedere una loro connazionale diventare suora missionaria aveva avuto su quei cristiani africani un impatto “più importante di qualsiasi nostra predicazione”. Era il piano di Comboni che si realizzava: Africa con Africa. Evangelizzare l’Africa con gli africani.
Queste donne invisibili ci ricordano una verità fondamentale: le grandi opere di Dio spesso iniziano nel nascondimento, portate avanti da persone di cui la storia ufficiale non conserverà memoria dettagliata. Ma senza di loro, nulla sarebbe stato possibile.
Fonte: Video Storia PMN






