C’è una parola che usiamo spesso e che forse non abbiamo ancora capito fino in fondo: interculturalità. La pronunciamo nei documenti, la celebriamo nelle foto di gruppo dove siamo tutte di paesi diversi, la presentiamo come ricchezza della congregazione. Ma cosa significa davvero?
Non è vivere insieme nonostante le differenze. Non è tollerare chi è diverso da me. Non è nemmeno apprezzare il folklore dell’altra cultura – i suoi cibi, le sue danze, i suoi costumi. Tutto questo è superficiale.
L’interculturalità vera è accettare di essere trasformata dall’altro. È riconoscere che la sorella di cultura diversa non ha semplicemente qualcosa da insegnarmi, ma che il suo modo diverso di vedere il mondo, di vivere la fede, di intendere le relazioni mette in crisi i miei assoluti. E questo fa male. Perché tocca l’identità, non solo le idee.
Quando vivi con qualcuno che ha ritmi di vita completamente diversi, che comunica in modo opposto al tuo, che ha un’idea di autorità o di comunità che non corrisponde alla tua – non puoi semplicemente “apprezzare la diversità”. Devi scegliere: o ti arrocchi nelle tue certezze culturali e la comunità diventa un campo di battaglia silenziosa, oppure accetti di essere messa in discussione e cominci quel processo doloroso e bellissimo che si chiama conversione interculturale.
Perché di questo si tratta: conversione. Non nel senso di cambiare religione, ma nel senso evangelico di metanoia, cambiamento di mentalità. Devo accettare che il mio modo – il modo che mi sembra ovvio, naturale, giusto perché è quello della mia cultura – è solo uno tra tanti possibili. Non è superiore, non è “quello giusto”. È semplicemente mio.
E questa relativizzazione culturale non è relativismo. Non significa che tutto vale uguale, che non ci sono verità, che ogni opinione ha lo stesso peso. Significa riconoscere che la verità è più grande della mia cultura. Che il Vangelo non appartiene a nessuna cultura in particolare. Che lo Spirito parla tutte le lingue e si incarna in tutte le culture, e che ogni cultura rivela dimensioni del mistero di Cristo che la mia cultura non può vedere.
Per questo le comunità internazionali comboniane non sono solo una necessità pratica di fronte alla diminuzione delle vocazioni europee. Sono un luogo teologico. Sono laboratori dove si sperimenta concretamente che è possibile vivere la fraternità oltre i confini culturali. Sono profezia vivente in un mondo che costruisce muri e ha paura del diverso.
Ma bisogna essere onesti: è faticoso. Tremendamente faticoso. Il conflitto interculturale non è un incidente da evitare, è parte normale del processo. Quando persone di culture diverse vivono insieme, ci saranno incomprensioni, malintesi, ferite. È inevitabile. La domanda non è come evitare il conflitto, ma come attraversarlo in modo che diventi occasione di crescita invece che di divisione.
E qui emerge qualcosa di specificamente comboniano: la capacità di “coltivare le differenze”. Non tollerarle passivamente, non sopportarle con pazienza eroica. Coltivarle. Come si coltiva un giardino: con cura quotidiana, con pazienza, sapendo che ci vuole tempo perché fioriscano, accettando che a volte ci sono erbacce da togliere e rami da potare.
Coltivare le differenze significa creare spazi dove ognuna possa essere se stessa senza doversi uniformare al modello dominante. Significa che la sorella africana non deve diventare europea per essere accettata, e la sorella europea non deve fingere di essere africana per essere credibile. Ognuna porta la ricchezza della sua cultura, e insieme – non separate – cercano di costruire qualcosa di nuovo che non è la somma delle due culture ma una terza via, creata insieme.
Questo richiede umiltà profonda. Perché devo accettare di lasciare andare cose che per me erano importanti, per fare spazio a ciò che è importante per l’altra. E lei deve fare lo stesso. Nessuna delle due vince, nessuna delle due perde. Entrambe si trasformano.
C’è una tentazione sottile da cui guardarsi: pensare che l’interculturalità sia solo questione di buona volontà personale. “Se ci vogliamo bene, tutto si risolve”. Ma non è così semplice. Le culture portano con sé visioni del mondo profonde, spesso inconsce, che riguardano il potere, il tempo, le relazioni, la comunicazione. Non basta la buona volontà. Serve consapevolezza, serve formazione, serve accompagnamento, serve pazienza con noi stesse quando scopriamo di avere pregiudizi che non sapevamo di avere.
E forse serve anche accettare che non sempre si arriva all’armonia perfetta. A volte si vive nella tensione, nella non-risoluzione, nell’accettazione che alcune differenze non si possono riconciliare ma solo tenere insieme con fatica e grazia. Non è fallimento. È realismo evangelico. Anche nella Trinità c’è differenza, e quella differenza non si annulla ma si mantiene nell’unità dell’amore.
Ma quando funziona – quando davvero accettiamo di lasciarci trasformare dall’incontro con l’altra – allora accade qualcosa di bellissimo. Scopriamo che non perdiamo la nostra identità, la ritroviamo più vera. Non diventiamo meno noi stesse, diventiamo più pienamente noi stesse perché finalmente liberate dai limiti della nostra cultura. È come se l’incontro con l’altra ci permettesse di vedere angoli di noi che non conoscevamo.
E diventiamo profezia. Non per quello che diciamo, ma per quello che siamo: donne di culture diverse che hanno scelto di vivere insieme, di volersi bene, di costruire fraternità oltre ogni confine. In un mondo frammentato, diviso, pieno di muri e di paure, questa è testimonianza potente che un altro mondo è possibile.
Non perché siamo brave o eroiche. Ma perché abbiamo accettato di lasciarci ferire dalla differenza, di lasciarci cambiare dall’incontro, di morire un po’ a noi stesse perché possa nascere questo noi più grande che è la comunità. E in questo morire e rinascere, riconosciamo il mistero pasquale. Ancora una volta.
Fonte: Riflessione ispirata dal progetto “150 Sì alla Missione”
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